di Simona Musco
Il Dubbio, 1 settembre 2020
Non solo gli avvocati: anche la magistratura in Turchia è vittima della repressione di Recep Tayyip Erdogan. Un fenomeno in costante aumento, sin dal mancato golpe del 2016, denunciato ieri con un duro documento dalla Piattaforma per l'indipendenza dei giudici in Turchia, nel quale viene ribadita la pressione indebita subita dalle toghe, con una richiesta esplicita al governo turco di fermare le violenze arbitrarie e ripristinare il rispetto dei principi dello Stato di diritto. Un documento inviato non solo al governo di Erdogan, ma anche al Consiglio d'Europa e alle istituzioni dell'Unione europea, invitato, invece, a monitorare la situazione e a richiedere il rispetto degli standard europei di giustizia.
Nel documento viene ripercorso il periodo successivo al tentativo fallito di colpo di Stato, che ha provocato un vero e proprio terremoto seguito da una campagna senza precedenti per distruggere lo Stato di diritto, l'azione dell'avvocatura libera e l'indipendenza della magistratura. Nelle ore successive al colpo di stato, migliaia di giudici e pubblici ministeri sono stati arrestati con dubbie accuse di legami con organizzazioni terroristiche, sulla base di un elenco di nomi evidentemente stilato molto prima del colpo di Stato.
Giudici e pubblici ministeri sono stati detenuti in carceri comuni, in celle sovraffollate o in isolamento, in condizioni che violano i più elementari diritti umani, per poi essere definitivamente licenziati senza un processo equo e contraddittorio e vedersi congelare i beni. Non solo, a quei magistrati è stato vietato di superare i confini del paese, mentre l'associazione che li rappresentava autonomamente (Yarsav) è stata sciolta amministrativamente.
Oltre l'arresto e l'azzeramento della vita professionale, le toghe sono state anche vittime di brutali aggressioni e maltrattamenti in prigione. I casi riportati dai magistrati firmatari dell'appello sono tanti, come quello del giudice Mehmet Tosun, rimasto in carcere in condizioni gravi nonostante una malattia autoimmune e maltrattato fino a portarlo alla morte, avvenuta il 6 marzo 2017, a soli 29 anni; o quello del giudice Sultani Temel, in carcere dal 16 gennaio 2017 (ad eccezione del periodo dal 5 ottobre 2017 al 6 giugno 2018), in parte anche assieme alla figlia di cinque anni, afflitto da una depressione maggiore, senza per ciò poter avere accesso a cure mediche adeguate.
O, ancora, il caso del giudice Hüsamettin Ugur, in isolamento dal luglio 2016. Secondo sua figlia, Ugur sarebbe stato picchiato da quattro guardie in una stanza senza telecamere, il 17 febbraio scorso. "Quando lo hanno lasciato da solo dopo che è crollato a terra, hanno detto: "Solo il tuo cadavere se ne andrà qui", ha scritto in un Tweet la donna, rivelando inoltre che le guardie hanno successivamente falsificato un rapporto medico nel quale veniva falsamente certificato che era stato il giudice ad attaccarle, in modo che non potesse sporgere denuncia.
Sui trattamenti inumani perpetrati in carcere in Turchia si è espressa anche l'Europa, con il report stilato ad agosto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d'Europa, nel quale vengono riportati esempi dettagliati di tortura e maltrattamenti, nonché un sistema inaffidabile di controlli medici. Il rapporto rimarrà riservato fino a quando le autorità dello Stato interessato non ne chiedano la pubblicazione, cosa che la Turchia, ovviamente, non ha fatto.
Nel rapporto, spiega la magistratura turca, "viene chiarito che i risultati (non pubblicati) della visita di agosto/settembre 2016 hanno mostrato un numero elevato di accuse di maltrattamenti fisici alle forze dell'ordine da parte di persone detenute finite in cella con l'accusa di terrorismo, reati connessi al tentativo di colpo di stato militare del 15 luglio 2016".
Dati che danno dunque ragione alle denunce avanzate dalla Piattaforma per l'indipendenza della magistratura in Turchia e che confermano "che tortura o maltrattamenti sono stati usati per ottenere (false) confessioni o informazioni - si legge nella nota della Piattaforma. Nessun processo penale basato su tali elementi di prova può essere considerato un processo equo".
Giudici e magistrati - così come tutti gli altri dissidenti finiti ingiustamente in cella senza un processo equo per aver rivendicato diritti fondamentali - sono, dunque, tuttora a rischio. L'appello alle autorità turche è quindi di fermare e porre rimedio all'arresto arbitrario, alla detenzione e al perseguimento illecito di giudici e pubblici ministeri e di cancellare licenziamenti e confische ingiusti, garantendo il rispetto delle regole penitenziarie europee, con conseguenze penali per coloro che le violano. Ma anche di prevenire, indagare e punire l'uso della tortura e dei maltrattamenti (inclusa la reclusione prolungata per anni) da parte di funzionari statali. Dal canto suo, la Commissione europea e il Consiglio d'Europa vengono sollecitati a convincere le autorità turche a rispettare i principi di diritto e monitorare gli sviluppi riguardanti il sistema giudiziario turco.










