di Ezio Menzione
Il Dubbio, 1 maggio 2020
I due musicisti arrestati per "terrorismo". Mustafà Kogiak era un chitarrista di 28 anni del gruppo Grup Yorum, popolarissimo in Turchia, che fin dal 1985 si caratterizza per la militanza antifascista e contro ogni forma di autoritarismo. Inviso ad Erdogan fin da quando era primo ministro, il gruppo è stato a perseguitato, dal 2018 i loro concerti vietati e sono andati in carcere 30 componenti del, di cui 6 tuttora detenuti.
Mustafà era in una prigione vicino a Smirne dal 2017 con l'accusa di terrorismo e attentato alla costituzione che lo aveva portato ad una sentenza di ergastolo, confermata dalla Suprema Corte, nonostante che durante il processo davanti ad essa il principale teste di accusa, il solito pentito più o meno anonimo, avesse ritrattato completamente le accuse contro di lui.
Mustafà era stato torturato, come tutti i prigionieri politici, soprattutto prima della detenzione: braccia ammanettate dietro la schiena, come in un quadro seicentesco del Magnasco; con un cappuccio di carta in testa e sopra un barattolo di latta, veniva percosso regolarmente per un quarto d'ora ogni mezz'ora.
Sotto queste torture a Mustafà era stata estorta una confessione. Da 297 giorni era in sciopero della fame per chiedere un processo equo e perché il suo gruppo potesse tornare a tenere concerti. Da 40 giorni aveva cessato anche di prendere gli integratori, abbracciando così la protesta cosiddetta "death fast", "fino alla morte, velocemente": così velocemente che si è spento il 23 aprile, nonostante negli ultimi giorni gli fosse stata praticata una specie di tortura, chiamata alimentazione forzata con 73 contenitori di soluzione. Lui la rifiutava, staccandosi gli aghi con le mani e con i denti, e loro lo hanno legato testa, braccia e gambe, senza farlo più accedere al bagno. All'ultimo aveva perso la sensibilità e l'intero sistema nervoso non rispondeva più. Pesava 29 chili.
Con lui era in sciopero anche una cantante del Grup Yorum, Helin Bolek, morta il 9 di aprile: era stata rimessa in libertà a dicembre, ma aveva continuato la protesta. Il regime di Erdogan, che ha emanato un provvedimento di indulto riguardante 90.000 detenuti (su 286.000) per fronteggiare il Covid 19, ha escluso gli oppositori politici, giornalisti, avvocati, magistrati, blogger ecc.
Mustafà era difeso da una coppia di avvocati, appartenenti a un'associazione radicale, e finiti in carcere: Dedim Baydar Uysal e Aytac Uysal, suo marito, detenuto in Anatolia dal 2017, in sciopero della fame nel gennaio scorso. Hanno seguito la protesta altri 8 colleghi dell'associazione CHD. Dopo quasi cento giorni di protesta, però, sette di loro hanno interrotto lo sciopero per via dell'incombere del coronavirus. Una di questi, però, Ebru Timtik (una fantastica collega, lasciatemelo dire, per averla conosciuta personalmente in un colloquio nel supercarcere di Silivri!), detenuta con vari pretesti da sei anni e già condannata a 15 anni nel marzo scorso (si aspetta la Cassazione), ha iniziato il 5 aprile, assieme ad Aytac, la drammatica "death fast".
Ebru ed Aytac sono in fin di vita ed è tragico pensare che in pochi giorni arriverà la notizia della loro morte. I due colleghi sono la punta tragica di una situazione drammatica in cui in tre anni 1500 avvocati sono stati indagati, 605 arrestati e 345 condannati per una pena totale di 2158 anni. Di fronte al venir meno del diritto alla difesa e alla stessa vita, è giusto domandarsi perché mai il governo italiano non faccia nulla, magari attraverso la sua rappresentanza diplomatica in Turchia, per far cessare simili abusi.










