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di Giulio D’Antona

La Stampa, 25 ottobre 2025

È difficile, per lo meno in letteratura, stabilire linee di confine. Lo è sempre stato e, forse, oggi lo è un po’ di più. È difficile parlare di letteratura occidentale, orientale, di geografia, di confini politici, di confini e basta. Gli spostamenti delle masse umane lo hanno reso, quasi certamente, obsoleto. Che lo si voglia o no, la società globale è la realtà nella quale viviamo e la globalità penetra le vite e le loro espressioni artistiche. Il romanziere turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, vive sul confine ormai solo geografico tra due continenti, l’Europa e l’Asia. Lo ha esplorato e osservato svanire. Lo ha studiato, e come accade agli studiosi che comprendono a fondo i fenomeni, ora che non c’è più, non gli manca.

Proprio per questa sua natura di scrittore del confine svanito, guardare all’interezza dell’opera di Pamuk fino a oggi diventa importante per cogliere un po’ di quella consapevolezza che lui ha coltivato negli anni e vedere la tensione geografica sciogliersi, le lingue e le culture fondersi. Mondadori ha raccolto molta della narrativa di Pamuk in due volumi che compongono il primo Meridiano (Opere scelte, con una cronologia curata dallo stesso autore, un’introduzione di Giampiero Bellingeri e le ricerche sui testi affidate a Tina Maraucci) a lui dedicato. Circa quattromila pagine - da La casa del silenzio a Il mio nome è rosso, passando per l’autobiografia Istanbul - che sottolineano nettamente la mescolanza ormai compiuta tra oriente e occidente e offrono alla narrativa un ruolo diplomatico, se non risolutore, per lo meno chiarificatore.

La letteratura è salvifica?

“Non scrivo per la salvezza del mondo, e non credo che la letteratura abbia questo potere. Può avere una forza enorme, ma non è nata per risolvere i problemi dell’umanità. Nella vita esiste una gerarchia di importanze, e la letteratura non è al vertice. Le atrocità accadono, e noi continuiamo a scrivere libri. In Turchia, ad esempio, la democrazia è finita. Se osi dire qualcosa, ti mettono in prigione. E la gente mi chiede: “Signor Pamuk, perché scrive romanzi su persone sull’amore e sull’erotismo quando intorno accadono orrori?”.

Ha una risposta?

“No, rifiuto questa domanda. In un’intervista del 1964 veniva domandato a Jean-Paul Sarte: “A cosa serve la letteratura in Biafra, dove la gente muore di fame?”. Ha dato una risposta che oggi può sembrare un po’ colonialista, ma che è vera. “In Biafra non hanno bisogno di letteratura, ma di cibo”. Continueremo a leggere Proust, continueremo a scrivere romanzi, anche se ci sentiamo impotenti davanti a quello che sta accadendo a Gaza o alla repressione in Turchia”.

Non è una sconfitta?

“Lo è eticamente. Mi sento umiliato dal fatto di non poter fare molto, ma continuo a scrivere dei sogni di chi ama e delle visioni di chi vive. La letteratura non serve a combattere i crimini del mondo: serve a dare forma ai sogni, anche quando fuori regna la violenza”.

Però resta rilevante…

“In un certo senso sì. Quest’estate, ad esempio, sono stato invitato a un festival letterario in Turchia. Pochi giorni prima, il sindaco di Istanbul - che aveva ricevuto più voti di Erdoğan - era stato imprigionato con un pretesto politico. Mi sono chiesto: “Cosa faccio? Se partecipo e parlo di quello che è successo, la sicurezza del festival potrebbe essere in pericolo, ma, se taccio, mi sentirò colpevole e ipocrita”.

Cosa ha fatto?

“È stato uno degli organizzatori del festival a illuminarmi, facendomi notare che il fatto stesso di vivere a Istanbul e di scriverne è già un messaggio politico. Ed è vero. Vivere in Turchia, insegnare all’università, scrivere nella mia lingua, è un gesto politico. Potrei rimanere a New York, dove insegno, ma scelgo di tornare a casa, tra la mia gente, e questa è la mia presa di posizione. La letteratura non risolve i problemi: li mette a fuoco. Il solo atto di scrivere in modo diverso è già una forma di resistenza. Non scrivo romanzi politici, ma libri che rivelano le contraddizioni della società, che le ammettono e le includono”.

È importante?

“Certo, anche chi opprime ha un punto di vista, e una letteratura non ipocrita deve comprendere anche questo”.

E la funzione morale?

“Troppa etica uccide la letteratura. Quando i miei studenti, leggendo I demoni di Dostoevskij o Padri e figli di Turgenev, commentano “questo personaggio è cattivo”, “quest’altro tratta male le donne”, io li fermo. La letteratura non è fatta per giudicare moralmente. È un’arte delle connessioni, della comprensione. Ci permette di entrare nella mente di persone che non ci piacciono, di comprendere - non giustificare - persino i personaggi “politicamente scorretti”. Quando scrissi Neve, molti mi accusarono di essere un islamista. Ma non lo sono: sono un romanziere. Ho solo cercato di immaginare come un islamista vedesse il mondo ed evidentemente ci sono riuscito visto che in tanti mi hanno creduto senza interrogarsi sul mio pensiero personale. La letteratura deve comprendere anche Donald Trump, capire perché milioni di persone lo votano. Se la riduciamo a una predica etica, la impoveriamo”.

Lei sente di aver imparato qualcosa scrivendo?

“Quasi tutto quello che c’è da sapere. Ma più di tutto, a non precludermi niente”.

Circa quattromila pagine di Meridiano e cinquantadue…

“Cinquantatré. Scrivo romanzi da cinquantatré anni”.

Cinquantatré anni di scrittura lo testimoniano…

“Studiavo architettura, volevo diventare il Le Corbusier turco, poi speravo di diventare un pittore, poi ho cominciato a scrivere. Sono un lavoratore ostinato: queste pagine sono la testimonianza di mezzo secolo di lavoro lento ma ambizioso. Scrivo dieci ore al giorno, eppure in un anno riesco a produrre solo centosettantacinque pagine che considero perfette”.

Scrive ancora a mano?

“Sempre. Con una penna stilografica e inchiostro nero. Il computer lo uso solo per le e-mail, per organizzare le interviste, per rispondere agli editori. A volte passo più tempo come “segretario di Orhan Pamuk”, che come scrittore. Il mio lavoro è fatto di disciplina e di isolamento. Quando sono a New York, abito a otto isolati dalla Columbia. Ogni mattina vado alla Avery library: scrivo per cinque o sei ore, poi mangio un panino e cambio posto”.

Molto letterario…

“Sì, mi sento come un personaggio di Thomas Bernhard: vago da posto all’altro, da una stanza all’altra, da una sedia all’altra, finché trovo la voce giusta”.

È una forma di ascesi?

“Forse sì. È la povertà della letteratura e insieme la sua etica: non servire nessuno, non essere utile a qualcosa, ma scrivere una bella pagina al giorno. Una pagina che giustifichi tutto il tempo speso, tutti i tentativi falliti, tutte le ore passate in solitudine. La verità è che vorrei essere giudicato per la bellezza dei miei libri”.

Però un’etica ce l’ha…

“Certo, come essere umano che vive in una società di esseri umani non posso farne a meno, e il mio cuore è a sinistra: potrei definirmi un liberale turco. Ma questo non significa che debba trasformare i miei romanzi in manifesti politici. A volte sento il dovere di prendere posizione, ovviamente, perché vivo nel mondo. Ma questo occupa il due per cento del mio tempo. Il resto lo dedico alla scrittura. Se non fosse così, non potrei fare il mio lavoro”.

È difficile?

“Scrivere è come camminare lentamente per ore. È pazienza, lavoro, fede. Sono un convinto secolarista, ma dico spesso che in tutti questi anni Dio mi ha protetto”.

Da cosa?

“All’inizio fu difficilissimo pubblicare in Turchia; poi, all’improvviso, ho cominciato a vincere qualche premio e i miei libri hanno cominciato a venire tradotti e le cose si sono fatte via via più facili. Non del tutto facili, ma migliori. In Turchia, per anni sono stato considerato un “ragazzo cattivo”. Ho criticato il governo, parlato degli armeni, della libertà di parola. E man mano che la mia fama cresceva confesso di essermi sentito in pericolo”.

Ancora oggi?

“Non più. Misuro così la mia fortuna: una volta avevo tre guardie del corpo, poi ne ho avute due, ora non ne ho più bisogno. La situazione politica resta terribile, ma a settantatré anni per lo meno non sono più nell’occhio del mirino”.

Dipende anche dalla “nostalgia ottomana”?

“La nostalgia ottomana non riguarda me, ma Erdoğan. È lui ad averla trasformata in un’arma politica. L’errore dei turchi secolari, quello del Partito Popolare Repubblicano e dei cosiddetti socialdemocratici, è stato disprezzare la cultura islamica e ottomana, considerandola arretrata. Si sono voltati verso l’Europa, hanno voluto essere moderni e occidentali, che da un lato è giusto, ma dall’altro gli ha fatto dimenticare che la cultura ottomana è anche una miniera di storie, di umanità, di dettagli. Io non ho guardato agli ottomani come a un simbolo dell’Islam, ma come a persone, esseri umani, non icone religiose. La moderna Repubblica turca ha represso l’eredità ottomana, e ciò che è represso ritorna sempre in un’altra forma”.

La sua?

“Io sono il “ritorno del represso” ottomano, ma in chiave postmoderna. Io non mi sento nostalgico, ma critico. La nostalgia ottomana del potere idealizza la brutalità dell’impero. Io non celebro l’imperialismo, ma la lingua, la pittura, la sensibilità”.

Pensa che questi valori possano andare persi nelle traduzioni?

“Le diverse lingue hanno dato nuova vita ai miei libri e mi hanno regalato una prospettiva su come i differenti argomenti toccano in maniera diversa i lettori. In Spagna, negli Stati Uniti, in Cina, in Francia, ogni paese mi legge in modo diverso. In Italia, per esempio, siete molto sensibili a temi che tocchino entrambi i nostri paesi: la pittura rinascimentale, l’arte che condividiamo”.

Il Rinascimento è un punto di incontro?

“Nel Rinascimento europeo nasce la prospettiva, è una rivoluzione dello sguardo. E questo dialogo tra oriente e occidente, tra pittura islamica e pittura italiana, ne è un simbolo. L’Italia, come la Turchia, è sempre stata un punto di interscambio culturale. In Italia ho conosciuto scrittori e amici preziosi. Ricordo con affetto Umberto Eco, che mi invitò a Bologna: trascorremmo una settimana insieme, tenendo lezioni e discutendo della forma romanzo. Era un uomo brillante, ironico, eccezionalmente divertente”.

L’intreccio che ci accomuna è anche una forma di identità culturale…

“Con i grandi flussi migratori, è difficile parlare di identità culturale. Probabilmente il concetto stesso è cambiato. Negli Stati Uniti, con Trump e la sua generazione, l’immigrazione è diventata un terreno di scontro, e così in Europa. Gli immigrati sono energici, pieni di desiderio di appartenenza, più vitali di chi li accoglie. E da questo nasce la nuova letteratura dell’identità che si pone domande fondamentali: “Chi sono io? Da dove vengo? Cosa significa vivere tra due mondi?”.

Lei si è dato qualche risposta?

“Non del tutto, ma nel tempo sono stato percepito come un esperto di identità. Sono turco, vivo tra Oriente e Occidente e ogni giorno ci faccio i conti”.

 Però ne ha fatto un tema per i suoi romanzi…

“Certo, molti nascono proprio sul punto di tensione, sul confine. In La notte della peste i personaggi sono in quarantena e per me è una metafora della modernità imposta da Atatürk, della lotta tra scienza e fede. Quando vuoi salvare il tuo paese, devi essere moderno - ma il popolo non sempre crede nella modernità. È la stessa contraddizione che viveva Dostoevskij: era ingegnere, razionale, ma amava la sua gente, anche quando la odiava. Ne I demoni descrive gli “occidentalizzatori” come snob che disprezzano il popolo. Anch’io ho vissuto questa contraddizione. Sono stato attratto dall’occidente e al tempo stesso affascinato dalla mia cultura. È una doppia vittoria, ma anche una doppia sconfitta”. 

Con la globalizzazione, vince o perde?

“Penso di aver sempre scritto per un mondo che vada oltre la Turchia. Un mondo globale. Paradossalmente, la globalizzazione ci ha resi tutti più consapevoli delle nostre differenze, ma anche più confusi. L’identità, oggi, è un campo di battaglia: si può perderla, cambiarla, reinventarla. Io credo che la letteratura serva proprio a questo - a capire le identità, non a fissarle. Il mio lavoro nasce da una tensione costante: tra ciò che la mia società reprime e ciò che la modernità impone; tra ciò che si è e ciò che si sogna di essere. E se continuo a scrivere, è perché questa tensione non si risolve mai”.