di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 24 luglio 2026
L’omicidio di Mattia Ahmet Minguzzi, un quattordicenne ucciso a coltellate il 24 gennaio 2025 in un mercato di Istanbul da due coetanei che non conosceva, ha profondamente scosso l’opinione pubblica turca e ha riacceso il dibattito sulla disciplina della giustizia penale minorile, in particolare sull’adeguatezza delle pene previste per i minori responsabili di omicidio. Il processo si è concluso con la condanna dei due principali responsabili a ventiquattro anni di reclusione, la pena massima prevista dall’ordinamento turco per gli imputati minorenni.
Il caso ha tuttavia suscitato un ampio confronto sull’impostazione della normativa vigente, che definisce i minori autori di reato come suça sürüklenen çocuk (SSÇ), espressione traducibile come “minore spinto verso la criminalità”. Introdotta nel 2005, tale qualificazione riflette un approccio orientato a considerare il minore non soltanto autore dell’illecito, ma anche soggetto vulnerabile, influenzato da fattori sociali, familiari ed economici, e destinatario di misure prevalentemente educative e rieducative.
La madre della vittima, Yasemin Akıncılar Minguzzi, ha contestato apertamente tale impostazione, sostenendo che essa risulti inappropriata nei casi di omicidio volontario. Attraverso una campagna pubblica, ha chiesto una revisione della normativa affinché i minori responsabili dei reati più gravi possano essere assoggettati a un trattamento sanzionatorio analogo a quello previsto per gli adulti. Il caso Minguzzi si inserisce in un contesto caratterizzato dall’aumento della criminalità minorile. Secondo i dati dell’Istituto di statistica turco, tra il 2014 e il 2024 il numero dei minori fermati per reati è quasi raddoppiato, passando da 117.000 a oltre 203.000. Il Ministero dell’Interno ha inoltre rilevato che nel 2025 circa il 15% degli omicidi ha coinvolto almeno un autore minorenne, fenomeno attribuito in larga misura al crescente reclutamento di adolescenti da parte delle organizzazioni criminali.
In risposta a questi dati preoccupanti, una commissione parlamentare d’inchiesta promossa dal presidente Erdogan ha elaborato una proposta di riforma volta a innalzare il limite massimo delle pene detentive applicabili ai minori nei casi di reati particolarmente gravi: da quindici a diciotto anni per gli imputati di età compresa tra i dodici e i quindici anni e da ventiquattro a ventisette anni per quelli di età compresa tra i quindici e i diciotto anni, mentre per i casi ancora più gravi come l’omicidio premeditato sarà prevista la pena dell’ergastolo. Impressionante invece l’abbassamento dell’età in cui un minore è ritenuto responsabile penalmente che passerà dai 14 ai 10 anni
La proposta ha però incontrato le critiche di numerosi giuristi e delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dell’infanzia; secondo tali osservazioni, un inasprimento delle pene rischierebbe di porsi in tensione con i principi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, secondo cui la privazione della libertà del minore deve costituire una misura di ultima istanza e avere finalità prevalentemente educative e di reinserimento sociale. C’è poi l’incompatibilità con gli standard della Cedu; la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo considera in tal senso inumana e degradante la reclusione a vita senza possibilità di riesame. considera inumana e degradante la reclusione a vita senza possibilità di riesame. L’irrigidimento delle pene rischia di allontanare definitivamente Ankara dagli standard giuridici del Consiglio d’Europa.
Inoltre, è stato evidenziato da diversi studi come l’aumento delle pene, di per sé, non rappresenti uno strumento efficace per ridurre la criminalità minorile, mentre maggiore rilievo assumono gli interventi di prevenzione, riabilitazione e sostegno alle famiglie vulnerabili. Lo stesso rapporto parlamentare, infatti, affianca alle proposte di carattere repressivo una serie di raccomandazioni dirette a rafforzare le politiche di prevenzione, il supporto psicologico ai minori, il coordinamento tra le istituzioni e gli interventi a favore delle famiglie in condizioni di svantaggio economico. Tuttavia, l’attuazione di tali misure si confronta con le persistenti difficoltà finanziarie e con la cronica insufficienza di risorse destinate ai servizi sociali, al sistema scolastico e ai servizi di salute mentale.
Le testimonianze di giovani fuoriusciti da organizzazioni criminali confermano come il coinvolgimento dei minori sia spesso favorito non soltanto dalle difficoltà economiche, ma anche dall’emarginazione sociale, dalla dispersione scolastica, dall’assenza di prospettive e dalla ricerca di riconoscimento e appartenenza. Dietro la promessa di una maggiore sicurezza, il caso Minguzzi è stato utilizzato dal governo turco come giustificazione per imprimere una svolta punitiva nella giustizia minorile. L’inasprimento delle pene, l’espansione degli strumenti repressivi e la marginalizzazione delle politiche di prevenzione riflettono una concezione della criminalità minorile sempre più orientata al controllo e alla sicurezza, una strada percorsa da molti governi ma che non ha mai portato risultati concreti.










