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di Futura d’Aprile

Il Domani, 28 agosto 2025

Mehmet Çakas è stato condannato nel nostro paese ed estradato in Germania nel 2023. Adesso rischia di essere rimandato in Turchia, dove deve scontare una condanna per legami con il Pkk. Questo proprio quando sta giungendo a compimento il processo di pace tra movimento curdo e governo turco. Il 28 agosto Mehmet Çakas, un uomo curdo rifugiatosi in Europa agli inizi degli anni Novanta per sfuggire alle persecuzioni etniche e politiche, sarà estradato in Turchia. Una volta nel paese, dovrà scontare il carcere a vita per i presunti legami con il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), organizzazione considerata terroristica dalla Turchia e dall’Unione europea. Più nel dettaglio, Çakas è stato condannato in Germania con l’accusa di aver ricoperto dal 2017 il ruolo di “capo settore” a Berlino, poi ad Hannover e infine a Brema. La storia di Çakas però riguarda anche l’Italia e il più grande processo di pace in corso tra il governo turco guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan e il movimento curdo.

La storia - Mehmet Çakas è arrivato in Europa agli anni inizi degli anni Novanta, più precisamente in Germania. Una volta nel paese, ha fatto richiesta di asilo politico per la prima volta nel 1995, ricevendo però un diniego già l’anno successivo. Nel 2016 l’uomo ha ripresentato domanda di asilo, ma la pratica è stata rigettata un anno dopo, fino ad arrivare alla sua espulsione dal paese nel 2021. Si arriva così a maggio 2022: Çakas quell’anno è rientrato in Europa ha presentato richiesta di asilo in Italia. Prima di ricevere una risposta a riguardo, però, la Germania ha richiesto l’estradizione dell’uomo sulla base di un mandato d’arresto europeo per i suoi presunti legami con il Pkk. A marzo 2023, Çakas è stato così estradato in Germania e condannato un anno dopo a due anni e 10 mesi di reclusione.

Durante tutto il processo, la preoccupazione maggiore degli avvocati italiani - e poi tedeschi - era il rischio dell’estradizione in Turchia. Un rischio che il 28 agosto si trasforma in realtà. Come spiega l’avvocato Losco, che ha seguito in Italia il caso di Çakas, il suo ex assistito sarebbe esposto “a gravissime forme di persecuzione per motivi etnici e politici, pertanto dovrebbe ottenere il riconoscimento della protezione internazionale sulla base delle norme della Convenzione di Ginevra del 1951 e delle direttive europee in materia”.

Inoltre, spiega ancora l’avvocato, i giudici tedeschi avevano garantito ai colleghi italiani che Çakas non sarebbe stato rimandato in Turchia sulla base del principio di specialità. Per poter procedere in questo senso, la giustizia tedesca avrebbe dovuto avere l’assenso di quella italiana, che per prima aveva condannato Çakas. Questa richiesta, però, non è mai arrivata. Come spiega l’avvocato Losco, la Germania sta aggirando il principio di specialità, e quindi le stesse autorità italiane. L’espulsione di Çakas infatti è stata decisa dall’Ufficio tedesco per l’asilo e si tratta pertanto di una procedura amministrativa su cui i giudici italiani non hanno voce in capitolo.

C’è un altro punto oscuro in questa vicenda. Su Çakas pende anche una red notice, un’allerta rossa inserita dalla Turchia nel database dell’Interpol, l’Organizzazione internazionale della polizia criminale. La red notice basterebbe per estradare Çakas, ma i giudici tedeschi si sono espressi contro questo provvedimento proprio perché, una volta in Turchia, l’uomo sarebbe condannato al carcere a vita, in violazione dell’articolo 3 della Corte europea dei diritti umani. Espellere Çakas tramite un provvedimento amministrativo, però, permette di aggirare anche questa decisione dei giudici tedeschi.

La vicenda di Çakas riporta al centro del dibattito anche l’uso che Stati autoritari come la Turchia fanno del sistema di red notice. Come denunciato dall’Ong Statewatch, la Turchia fa largo uso di questo meccanismo per limitare la libertà di movimento dei suoi oppositori, ottenerne il congelamento dei beni all’estero e in alcuni casi anche la revoca dei passaporti.

La politica - L’estradizione di Çakas arriva tra l’altro in un momento storico molto particolare. Dopo decenni di lotta, lo Stato turco e il movimento curdo sono giunti a una possibile svolta nelle loro relazioni. Il governo ha fatto ancora molto poco a riguardo, ma da marzo sono stati scarcerati i primi curdi condannati a trent’anni di carcere con l’accusa di legami con organizzazioni terroristiche, ossia il Pkk. Sulla base di queste stesse accuse, adesso, Çakas rischia proprio il carcere a vita. Da qui l’appello del deputato di Sinistra Italiana, Marco Grimaldi, per un intervento politico dell’Italia. “Il ministro Tajani dovrebbe considerare Çakas un prigioniero politico: in Turchia rischia l’ergastolo e consegnarlo significherebbe tradirlo”.