recensione di Alessandro Fulloni
Corriere della Sera, 1 dicembre 2019
Il libro del giornalista Marco Gatti "Un padre da galera. La strada, il carcere, mio figlio" è la storia di un ex carcerato. La voglia di riscatto di un detenuto durante i suoi vent'anni in cella. "Io un sugnu nu cane malatu", non sono un cane malato.
È lo sfogo ripetuto da Ture, un ex galeotto (origini calabresi e sempre vissuto a Milano) di 46 anni, venti dei quali trascorsi in carcere per spaccio e rapine, al giornalista Marco Gatti che ha ascoltato la sua storia nella sala colloqui del penitenziario di Como, il Bassone. Circa 20 ore di registrazione, in diversi periodi sino alla scarcerazione, riversata in un libro - "Un padre da galera. La strada, il carcere, mio figlio", Europa Edizioni - di 114 pagine durissime e toccanti. Qui non c'è happy end, c'è semmai un sentiero strettissimo costituito dalla speranza che Ture coltiva di diventare un buon padre per suo figlio, un bimbo che oggi ha 11 anni. E che l'ex detenuto non ha visto il giorno della nascita "perché la sera prima ero stato arrestato".
Poi è riuscito a stargli accanto per alcuni mesi, "quando le ho provate tutte per cercare un lavoro così come aveva fatto mio padre che, una volta uscito dal carcere, fu capace di dare un taglio netto al suo passato". Per Ture è stato diverso. Rifiutato a ogni supplica di lavoro - appunto: come "nu cane malatu" - "e senza un centesimo per latte e pannolini, sono tornato a vendere droga e fare rapine e furti".
Ma poi è stato ancora arrestato: "Beccandomi 12 anni per cumuli di pena vari". Dentro però si comporta bene, e spesso ha dei permessi premio per vedere il figlio - intanto all'asilo - a casa. Ma le domande del piccolo sono devastanti: "Papà perché mi hai lasciato? Dimmelo quando sparisci". Gli incontri in carcere ricordano il film "La vita è bella".
Ture per un paio d'anni gli fa credere di lavorare nel penitenziario - quello di Opera, a Milano - con il compito di guidare il trattore in mostra dopo l'entrata della porta carraia. Un giorno però il bimbo "si presentò con un'affermazione che mi chiuse lo stomaco: "Papi, tu non sei al lavoro, tu stai in carcere. Cosa hai fatto? Hai rubato? Hai ammazzato qualcuno?".
Parole che spingono Ture a cambiare vita. Si mette a studiare, ottiene licenza media e diploma secondario. Al Bassone, dove viene trasferito, gli diagnosticano, e curano, il disturbo bipolare che in passato lo aveva reso irascibile e violento. Frequenta un percorso sulla genitorialità che lo riavvicina al figlio. "Da poco Ture è fuori ma la strada resta in salita", racconta Gatti che lavora al "Settimanale della Diocesi" di Como. Il bimbo però è testardo e sa quello che vuole: tanto che si è sempre rifiutato di andare in bici, dice il giornalista, "perché sognava che fosse Ture a insegnargli a pedalare".









