sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Chiara Spagnolo

La Repubblica, 17 luglio 2025

La terza inchiesta parte dalla pistola di ordinanza consegnata all’uomo nonostante fosse in aspettativa dal lavoro. La dichiarazione di un ex detenuto: “Lo chiamavano gobbetta, lo prendevano in giro dicendo che era ancora vergine”. Perché il 10 febbraio 2021 qualcuno consegnò al 56enne agente penitenziario Umberto Pelillo la pistola di ordinanza nonostante fosse in aspettativa dal lavoro? Riparte da questo interrogativo la terza indagine sul decesso del poliziotto del carcere di Turi, che quattro anni e mezzo fa si suicidò in auto a Bitritto. Il giudice Francesco Rinaldi ha respinto la seconda richiesta di archiviazione, avanzata dalla pm Silvia Curione, e disposto ulteriori indagini da compiere entro sei mesi, accogliendo l’opposizione della famiglia Pelillo, rappresentata dall’avvocato Antonio Portincasa.

Che l’agente sia stato vittima di condotte vessatorie - come ha ripetutamente denunciato la madre, Rosanna Pesce - ormai sembra più che un’ipotesi. Lo ha detto chiaramente un ex detenuto, che ha fatto il nome di un ispettore come presunto responsabile e riconosciuto in foto altri agenti, che avrebbero schernito o offeso Pelillo. “I colleghi lo prendevano in giro continuamente, lo sfottevano perché viveva ancora con i suoi genitori, lo chiamavano gobbetta, gli davano dei giornaletti porno - ha messo a verbale l’uomo, che nel penitenziario di Turi è stato detenuto a lungo - Umberto spesso si confidava con noi detenuti, lo vedevamo sempre triste. Quando abbiamo saputo del suicidio abbiamo pensato che fosse arrivato al limite e che il gesto fosse collegato a quello che subiva in carcere”.

Che la vita per lui fosse pesante, non era un segreto per chi gli viveva accanto. I genitori innanzitutto, ma anche l’avvocato Antonio La Scala, che lo aveva assistito in alcune vicende giudiziarie e che nell’inchiesta è stato sentito come testimone, dopo aver raccolto molti sfoghi del cliente. Al legale, l’uomo manifestava disagio per gli insulti e le offese ricevuti, raccontava che lo chiamavano “gay e malato”, che gli dicevano che “non stava bene di testa”, e che era ossessionato dalla possibilità di perdere il lavoro e di essere pedinato. Pelillo, del resto, le sue sofferenze le aveva messe nero su bianco anche in diverse lettere: “Mi dicevano tu cosa capisci di donne. L’ispettore diceva davanti a tutti che sono ancora illibato... Quattro colleghi mi si sono avvicinati con un giornale porno, dicendo fatti una cultura!”.

Situazioni che avrebbero provocato nel 56enne una profonda sofferenza e che, secondo il giudice, devono essere ulteriormente indagate perché potrebbero integrare “il delitto di maltrattamenti, nella sua accezione di mobbing verticale”. E se pure rispetto a tali presunte condotte vessatorie, finora non sono stati trovati elementi tali da poter ascrivere responsabilità a qualcuno, il gip è dell’idea che si debba approfondire ulteriormente. Tra le altre cose dovranno essere acquisite le dichiarazioni di altri detenuti nonché le interviste rilasciate dai familiari e da ulteriori persone coinvolte e veicolate tramite i social. Dovranno essere ascoltati dieci agenti di polizia penitenziaria, compreso uno che avrebbe in qualche modo ammesso di essere stato anche lui vittima del clima eccessivamente pesante che si respirava nel carcere di Turi.