di Maria Grazia Lombardi
rainews.it, 5 maggio 2026
Nicoletta Siliberti è la direttrice del carcere maschile di Turi: “Qui non mi sento identificata in un genere, solo lo Stato può avere in custodia persone che poi restituisce alla comunità”. Carcere di Turi, secondo piano. La direttrice del penitenziario, Nicoletta Siliberti, ci conduce nei diversi settori dell’istituto in provincia di Bari, che in passato ospitò Antonio Gramsci e Sandro Pertini e dove oggi si scontano pene definitive. Al secondo piano c’è un ampio corridoio con i telefoni a gettoni. Da qui i detenuti possono comunicare con le famiglie. Sulle pareti bianche i murales realizzati in passato. Tra i progetti portati avanti dalle educatrici anche un laboratorio di fischietti in terracotta, attività artigianale tipica della zona, la realizzazione di libri tattili in linguaggio Braille e un giornale interno scritto dagli stessi detenuti.
Direttrice, qual è il percorso che l’ha portata a questo ruolo di responsabilità in un contesto decisamente maschile?
Ho partecipato a un concorso pubblico indetto dall’amministrazione penitenziaria nel 2020. Non venivano assunti direttori da 25 anni. Era il mio sogno nel cassetto. E così dal mio ufficio vista mare della direzione legale dell’autorità portuale di Taranto, dove mi occupavo di contratti pubblici, sono arrivata a Turi. Ma ho diretto anche le carceri di Taranto e di Bari.
Nell’esercizio delle sue funzioni, le capita di avere colloqui direttamente con i detenuti?
Quasi quotidianamente, i detenuti hanno diritto ad avere udienza. Il mio dialogo è improntato sulla soluzione dei problemi. Qui nascono continuamente problematiche legate a piccole grandi questioni di vita quotidiana. E io sono quasi come un borgomastro, il sindaco di una comunità, ma di persone sofferenti.
Infatti in questi giorni c’è una mobilitazione: i detenuti hanno deciso di devolvere derrate alimentari ad associazioni di volontariato all’esterno. Una forma di protesta per un problema alla rete idrica del carcere. Come sta risolvendo questa questione?
Con il dialogo, appunto. Proprio stamattina ho fatto udienza, un colloquio con una delegazione di detenuti e ho condiviso con loro, nei limiti di quello che la funzione mi impone, gli aggiornamenti rispetto a un problema strutturale che stiamo risolvendo.
Possiamo dire che la sua figura è quasi un riferimento materno per queste persone?
No. Qui dentro non mi sento individuata nel genere. Sono neutra. Né uomo, né donna. Io in carcere rappresento lo Stato e in questo sono molto rigorosa. Solo lo Stato può assumersi la responsabilità di avere in custodia persone in esecuzione di misure cautelari e di una pena detentiva. È un onore e anche una grande responsabilità.
La situazione più brutta in cui si è trovata?
Sicuramente un evento che non è avvenuto qui a Turi, ma in un altro carcere. Probabilmente non è stato intercettato adeguatamente un problema che poi ha avuto una conclusione triste.
Intende un suicidio?
Sì. Il suicidio purtroppo attiene a una dimensione intima delle persone, ma resta il pensiero di non aver fatto tutto quello che si poteva fare per evitarlo. In realtà a volte pretendo troppo anche da me stessa.
Cosa si porta a casa quando esce di qui?
Tutto. Le racconto una cosa importante di me: io ho una malattia cronica da quando ero bambina. Questo mi ha portata nella vita a trovare soluzioni per me stessa, a prendere le decisioni, ad andare sempre avanti nonostante la malattia, senza drammatizzare, altrimenti mi sarei fermata chissà dove e chissà quando. Questa attitudine me la porto anche nel lavoro. Sono sempre andata avanti e per questo adesso sono qui.











