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di Giansandro Merli e Mario Di Vito

Il Manifesto, 6 febbraio 2026

Dentro il pacchetto: scudo per agenti e non, pene severe per le lame e ambigue novità anche sui Cpr. A cosa servirà questo nuovo pacchetto sicurezza lo ha detto senza imbarazzo il ministro Carlo Nordio nel presentarlo insieme al collega Matteo Piantedosi: “Ad evitare il ritorno delle Brigate Rosse”. Tutto comincia con il “divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti” nei confronti di chi ha ricevuto una condanna per una serie di delitti come terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, devastazione saccheggio e strage, violenza o minaccia, incendio, attentato alla sicurezza dei trasporti, omicidio (anche tentato), lesioni personali commesse contro un ufficiale o agente di polizia giudiziaria.

A questi condannati il questore potrà imporre di comparire in questura uno o più volte al giorno, negli orari indicati, nei giorni in cui si svolgono manifestazioni, per accertarsi che non partecipino. La violazione della norma comporta una pena compresa tra i quattro mesi e l’anno. La mediazione di Mattarella, sul punto, è consistita nel fatto che quantomeno tutto questo dovrà essere deciso da un giudice, che potrà convalidare o annullare il provvedimento di polizia.

Arriva poi anche il fermo preventivo, cioè la possibilità da parte della polizia di “accompagnare nei propri uffici” e trattenere “per non oltre 12 ore” persone per le quali “sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento” di una manifestazione. Questo riguarda “specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi 5 anni”. La parola magica è “anche” perché significa che non occorre necessariamente “desumere” alcunché, basta avere “elementi di fatto”, cioè sospetti.

Lo scudo penale per gli agenti pure esiste nel decreto, anche se riguarda pure chi non indossa una divisa. È un allargamento delle maglie della legittima difesa e recita così: “Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità)”, il magistrato “procede all’annotazione preliminare, in separato modello del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine”. Come questo si farà e come verranno “assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel registro degli indagati” dovrà deciderlo il ministero della Giustizia in un futuro decreto.

Novità anche sui coltelli, recentemente finiti al centro di un certo numero di casi di cronaca. Chiunque vada in giro con una lama più lunga di 8 centimetri rischia una reclusione da 6 mesi a 3 anni. E poi: vendere (anche sul web) armi improprie da punta e taglio ai minori comporta multe dai 500 ai 3mila euro (12mila in caso di reiterazione) e revoca della licenza. La vigilanza e il sanzionamento sono affidati al garante per le comunicazioni. Previsto anche l’obbligo di tenere un registro elettronico dove inserire “quotidianamente” le singole operazioni di vendita.

Sul piano immigrazione la norma più significativa è la sostanziale riduzione della protezione complementare. Un ombrello che permette agli Stati di riconoscere il diritto al soggiorno regolare a chi non riceve l’asilo politico o la protezione sussidiaria. In Italia questa ulteriore forma di tutela per i migranti è stata più volte oggetto di attacchi della destra. Anche perché si tratta di uno strumento di estensione di diritti e garanzie dei cittadini stranieri che di fatto, per le mancanze della pubblica amministrazione, avviene per via giurisdizionale. Ad esempio per riconoscere i percorsi di integrazione, evitare il rischio di trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio opppure tutelare il diritto all’unità familiare. Quello stabilito dall’articolo 8 della Cedu che il governo ha messo nel mirino mesi fa.

Per limitare la possibilità di ottenere la protezione complementare il ddl fissa dei requisiti stringenti. Rispetto a conoscenza della lingua, condizioni di alloggio, violazioni delle leggi o familiari che possono essere tenuti in conto. La ragione ufficiale è fare ordine tra le differenze di applicazione, la realtà è che la norma serve a ridurre l’autonomia decisionale dei giudici e limitare la concessione dei permessi di soggiorno. Facendo aumentare gli irregolari, magari nella speranza di rimpatriarne qualcuno in più.

Il governo, poi, cancella di fatto il gratuito patrocinio per i migranti, riconosce la possibilità di derogare le normative vigenti nella costruzione di centri d’accoglienza e Cpr, semplifica le pratiche di respingimento, espulsione e rimpatrio e stabilisce un ambiguo obbligo di cooperazione dello straniero trattenuto. Se non collabora ne viene tenuto conto nella sua valutazione di pericolosità sociale, che complicherà ulteriormente le possibilità di uscire da irregolarità e marginalità. Come in un vortice senza fondo.