di Errico Novi
Il Dubbio, 11 marzo 2021
I gruppi di lavoro tecnici lavoreranno agli emendamenti (anche sulla norma Bonafede) e non si confonderanno coi partiti: lunedì la ministra spiegherà l'alchimia alle Camere. C'è chi come Carlo Nordio definisce la prescrizione "una barbarie" ma propone di aggirare l'ostacolo con un'idea sorprendente, se avanzata da lui: rimandare la riforma del processo penale "a dopo la pandemia". Dopo aver evaso la vera priorità, vale a dire "la giustizia civile".
Risolta l'incombenza, dice il magistrato, si potrà rimettere mano anche alla prescrizione "con una riforma di sistema e garantista". L'ex procuratore aggiunto di Venezia ed editorialista del Messaggero ne parla con l'agenzia Agi, e riflette in fondo l'impressione di molti: con una maggioranza tanto polarizzata sulla giustizia penale, con una coalizione di governo che va da Berlusconi a Bonafede, è meglio non discutere neppure di prescrizione, o si rischia di dividersi e di non cogliere gli obiettivi immediati.
E invece Marta Cartabia, nel vertice tenuto l'altro ieri a via Arenula con i capigruppo nelle commissioni Giustizia di tutti i partiti di maggioranza, ha fatto tutt'altra scelta: ha dato sì priorità ai capitoli del Recovery destinatari delle risorse Ue, ma ha messo subito in pista anche il resto. Riforma penale e prescrizione incluse. Con una road map molto ambiziosa: approvazione entro l'estate (almeno in prima lettura) dei tre ddl delega ereditati da Alfonso Bonafede su civile, penale e Csm. Si tratta di provvedimenti rimasti in sospeso per tre anni, la nuova guardasigilli punta a un via libera in cinque mesi.
Assurdo? No: necessario. La ministra lo ha ricordato nella riunione di martedì: le riforme del processo civile e penale non sono un lusso ma un'urgenza. Perché l'Unione europea le ha indicate come precondizione per affidare all'Italia i 209 miliardi del Recovery fund. Se non rendiamo decisamente più veloci i tempi della giustizia civile, con digitalizzazione, strutture più moderne e risorse umane in grado di smaltire l'arretrato, se non evitiamo la paralisi delle Corti d'appello anche nel penale, non siamo credibili in Europa.
E neppure sulla riforma del Csm si può attendere, come forse gli stessi partiti di maggioranza avevano messo in conto. Non perché lo chieda l'Unione europea in questo caso, ma per l'autorevolezza con cui il presidente Sergio Mattarella ha chiesto nuove regole per eleggere i togati in tempo per il voto della primavera 2022.
Non tutti i dettagli sono stati rimessi in fila uno per uno da Cartabia. Ma il senso della sua sfida è questo: vanno centrati tutti gli obiettivi. E la guardasigilli, per riuscirci, ha previsto un metodo nuovo: proposte emendative ai ddl delega messe a punto da "gruppi di lavoro agili", uno destinato a occuparsi persino della derelitta giustizia tributaria, che non assomiglieranno alle impegnative commissioni ministeriali del passato.
Saranno formati con tecnici scelti direttamente da via Arenula, e non tra le forze politiche. Più di un partito di maggioranza, dal Pd a Leu a Italia viva, ha osservato: "Se non si assicura un filo diretto fra gruppi tecnici e gruppi parlamentari, c'è il rischio che gli emendamenti ipotizzati al ministero si incaglino nelle divergenze in Parlamento".
Marta Cartabia non si è pronunciata in via definitiva. Potrebbe farlo a breve. Probabilmente già lunedì prossimo, quando presenterà le linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Sarà il primo discorso in Parlamento della ministra. Ed è in quella occasione che potrebbe chiarire anche l'approccio costituzionale con cui intende impostare la revisione dei ddl Bonafede.
A cominciare dalla prescrizione. Il nodo più delicato e scivoloso, come sostiene anche Nordio. Alla riunione con i capigruppo la guardasigilli ha lasciato che emergessero le distanze, ma senza lasciarsene coinvolgere. Anzi ha invitato tutti, in modo suggestivo ma mirato, a "capire le ragioni degli altri". Vale per il Movimento 5 Stelle, che sulla prescrizione è isolato. Ma vale anche per tutto il resto dell'inedita coalizione. Dal Pd, che sa bene di dover usare tatto con l'alleato, ai garantisti di centrodestra. "Se vogliamo costruire un percorso comune, la giustizia non sia rottura", ha detto Cartabia. Poteva sostituire la parola giustizia con "prescrizione". Ma il senso è chiarissimo.
Che poi la ministra ritenga necessario rendere la norma Bonafede compatibile con gli articoli 27 e 111 della Costituzione, è evidente. Ma la delicatezza del passaggio si rifletterà anche sul tipo di osmosi da creare fra i "gruppi di lavoro" e il Parlamento. Se non devono essere scollegati fra loro neppure potranno confondersi. Altrimenti le scelte tecnico- formali, che possono aiutare a trovare una sintesi, sarebbero viziate dal colore politico delle diverse posizioni.
Oltretutto dialogo e decisione sono i due risvolti, in apparenza contrastanti, della politica di Cartabia. Lo conferma anche Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia e figura chiave di Fi: "La riapertura del dialogo con il Parlamento, con la condivisione del metodo, è un ottimo punto di partenza. Cartabia è la ministra del dialogo ma anche della decisione: non ci può essere un confronto senza frutti, né si può scambiare la ricerca dell'accordo come legittimazione alla melina, e su questo la ministra è molto decisa, e noi con lei". Tutto sta a far passare quel messaggio: dividersi è una catastrofe. La guardasigilli lo ha affidato persino alla citazione delle tragedie greche. Un'iperbole, che forse avrà contribuito a spegnere gli ardori del conflitto. E a preparare i 5 mesi di lavoro più intensi che la politica sulla giustizia abbia conosciuto nel dopoguerra.











