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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 25 luglio 2026

Non solo le opposizioni, anche penalisti, magistrati, sindacati di polizia, operatori, associazioni che lavorano con i minori. Sul disegno di legge varato con un blitz dal governo, è una pioggia di critiche, mentre la maggioranza ha continuato noncurante a rilanciare. Il testo prevede l’inversione dell’onere della prova per i giovani che dovessero finire a processo: nessuna presunzione di incapacità di intendere e di volere come stabilito dal codice del processo penale minorile, questa, al contrario dovrebbe essere accertata dal pm e dal giudice. Perché “chi sbaglia paga”, non conta l’età, come ha rivendicato Meloni. Secondo l’Unione delle camere penali si tratta di “una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile, storicamente costruita sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata da una personalità in formazione e da una maturazione non ancora compiuta”.

I penalisti hanno anche avanzato dubbi riguardo la costituzionalità della proposta, e il motivo è da ricondurre all’articolo 31 della Carta, che impegnerebbe la Repubblica a tutelare “la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.

“L’accertamento della maturità rappresenta uno degli strumenti attraverso cui l’ordinamento tiene conto della condizione evolutiva dell’adolescente. Inoltre, la sostanziale parificazione tra adulti e minori sembra non tener conto dei caratteri di specificità che devono caratterizzare la disciplina minorile, profilando dubbi sotto il profilo della ragionevolezza”, spiega il presidente dei penalisti Francesco Petrelli.

Di buon mattino il primo a intestarsi il provvedimento (“parlo da padre”) è il segretario leghista Matteo Salvini: “Non si può far passare il concetto che si sia impuniti anche se si va in giro col coltello, se si minaccia, se si rapina, se si aggredisce, perché non si hanno ancora 18 anni. Devi essere consapevole di quello che fai e di quello che non fai”. E a difendere il provvedimento è accorsa anche quella che, sulla carta, vorrebbe essere l’ala garantista e liberale della maggioranza, Forza Italia, che in ogni caso finora ha digerito qualsiasi provvedimento securitario dell’esecutivo. A parlare è Deborah Bergamini, vicesegretaria del partito e tra le più vicine a Marina Berlusconi, mandante della sedicente svolta liberal: “Mi sembra un passaggio razionale, che tiene conto di come è cambiata la società italiana e cerca di arginare un fenomeno sempre più incontrollato”. Sempre a firma azzurra è anche un altro provvedimento, fermo a Montecitorio ma rimesso sui binari solo poche settimane fa, che vorrebbe abbassare l’età imputabile dai 14 ai 13 anni.

Che il disegno di legge sia un prodotto della propaganda meloniana lo dicono da soli i numeri. “È una norma contraddittoria, senza effetti pratici”, dice Ciro Cascone già magistrato minorile a Milano. “Quello che preoccupa è il messaggio. Temo che serva per dire “ci abbiamo provato e ora abbassiamo l’età sotto i 14 anni” e questo è assolutamente da evitare”. Per l’esecutivo il ddl servirebbe ad arginare l’annoso problema dei maranza, il nomignolo protorazzista con cui vengono identificati i giovani di seconda generazione. “Identificare il minore autore di reato in una categoria sociocriminale ormai in voga, tanto evocativa quanto sfuggente, evidenzia lo scopo di inseguire la narrazione securitaria del bravo cittadino assediato”, ha commentato ieri l’esecutivo di Magistratura democratica.

Stando ai dati di via Arenula già oggi nel 95% dei casi nei procedimenti minorili gli imputati vengono ritenuti “capaci”. E la famigerata “emergenza baby-gang” è più mediatica che sostanziale: secondo i dati elaborati da Save the Children nel rapporto Disarmati sulla criminalità giovanile del marzo scorso, in Italia i minori che incontrano la giustizia sono circa 363 ogni 100mila abitanti. La media europea è di 648, quasi il doppio. In compenso aumentano i titoli di giornale: gli articoli a tema baby-gang o maranza tra il 2019 e il 2022 sono praticamente triplicati, passando da 700 a più di 1900. In compenso per effetto del decreto Caivano anche gli Istituti minorili hanno iniziato a sovraffollarsi: la media giornaliera, racconta Antigone, è di 572 presenze, +35% rispetto al pre-decreto.

Quasi la metà sono stranieri. Sul nuovo ddl ha espresso perplessità anche il sindacato della polizia penintenziaria della Uil: “Non si ripeta l’errore di Caivano. Le strutture minorili sono entrate in profonda crisi e gli Ipm sono stati interessati, quasi al pari delle carceri per adulti, da pesante sovraffollamento aggravato dalla disorganizzazione e dalla penuria di operatori”. Il veicolo legislativo adottato racconta da sé quanto il ddl servirà più che altro alla guerra mediatica: con la prospettiva di qualche mese di legislatura e una legge di bilancio da fare, le probabilità che si arrivi ad un’approvazione sono minime. E allora sì, quello che contava era “il messaggio”, o la promessa elettorale.