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di Benedetta Tobagi

La Repubblica, 19 giugno 2023

Nel suo ultimo libro, “L’affaire 7 aprile”, lo storico racconta una vicenda insieme giudiziaria, politica e mediatica, che coinvolge, infiamma e lacera l’opinione pubblica. Spaccando le sinistre su questioni infuocate negli anni Settanta. Il 7 aprile 1979, dopo lunghe indagini, scatta una serie di arresti a carico di esponenti di spicco dell’Autonomia operaia organizzata, ex di Potere Operaio, l’area più violenta dell’ultrasinistra rivoluzionaria. Ne scaturisce un processo che assume subito i tratti dell’affaire, sottolinea lo storico Roberto Colozza sin dal titolo, ovvero una vicenda insieme giudiziaria, politica e mediatica, che coinvolge, infiamma e lacera l’opinione pubblica, spaccando le sinistre su questioni infuocate negli anni Settanta, dal dovere di difendere lo Stato repubblicano (a quale costo?) al diritto di contestarlo (fino a che punto?). Il “7 aprile” in realtà è stato tanti processi, celebrati tra Padova e Roma nei primi anni Ottanta.

Se nell’immaginario collettivo l’arcinemico degli Autonomi fu il pm di Padova Pietro Calogero col suo “teorema”, in prima istanza l’esistenza - ipotizzata in base a scritti teorici e di propaganda - di una centrale organizzativa dietro a violenze diffuse all’apparenza spontanee, il saggio di Colozza chiarisce subito come in ambito veneto il lavoro di Calogero, sottoposto al vaglio critico costante del giudice istruttore Palombarini, disegna un impianto accusatorio che regge ampiamente alla prova del giudizio. È a Roma, con l’innesto col caso Moro, culminato nell’accusa a Toni Negri di far parte della direzione strategica delle Brigate rosse, che “l’inchiesta mirò troppo in alto e con mezzi impropri”, così il “7 aprile” degenera in un monstre giudiziario con aspetti persino surreali, come l’accusa al giornalista Pino Nicotri di essere stato il telefonista del caso Moro (poi identificato nel brigatista, ex militante di Potere Operaio, Valerio Morucci).

Dal punto di vista metodologico, l’opera si colloca in modo originale nel campo degli studi di “microstoria globale”, mentre l’autore, chiamato a muoversi in questa materia ancora incandescente, per cercare “la verità nel bosco” della storia dichiara di voler provare a “dare un senso a tutti gli alberi”. Attraverso lettere e memorie degli accusati e delle loro famiglie, Colozza ci conduce all’interno delle carceri negli anni dell’emergenza e successivi, quando matura la formula politica della dissociazione, passaggio fondamentale per attenuare le sperequazioni prodotte dalla legge sui “pentiti”, duramente criticata e attaccata ancor oggi dagli ultimi “reduci”.

Eppure fu il primo, grande pentito Patrizio Peci a dare il colpo fatale all’ipotesi accusatoria romana di una direzione unitaria occulta Br-Autonomia. Tanto per ricordarci l’importanza cruciale del rigore e della serietà delle persone che applicano strumenti giudiziari così potenti e insieme delicati, che possono generare obbrobri (vedi il caso Tortora, coevo) oppure alimentare svolte decisive come lo sfaldamento delle Br e poi il maxiprocesso contro Cosa nostra.

L’attenta ricostruzione di Colozza sollecita riflessioni importanti. Se il coinvolgimento della storia e, più in generale, delle scienze umane (sociologia della violenza) nei processi penali è un terreno scivolosissimo, si possono davvero leggere determinati fenomeni criminali che hanno anche un respiro sociale e politico senza ricorrere alle categorie di altre discipline? Altrettanto interessante ripercorrere l’acceso dibattito intorno ai reati associativi; al pari dei “pentiti” si tratta di fattispecie rivelatesi cruciali nel contrasto al crimine organizzato, ma ancor oggi in molti Paesi non sono riconosciute.

Attraverso la parabola di Toni Negri, Colozza ripercorre le lacerazioni all’interno del fronte garantista, in particolare quando la figura-simbolo dell’inchiesta, appena portata in Parlamento dai radicali di Pannella, se ne fuggì in Francia sul più bello. Le carte degli archivi francesi, in particolare il fondo Gilles Martinet, consolidano il quadro in cui matura la “dottrina Mitterand”, con l’allora premier Craxi che “apprezza molto” il comportamento francese e s’impegna a non indirizzare alcun rimprovero “se la Polizia francese mancasse di poco” Toni Negri, che rischia di diventare un “martire” scomodo per i socialisti, alfieri del garantismo contro la postura legalitaria del Pci. Non si è mai scandagliato a fondo quel mondo che, galleggiando tra legalità e illegalità, simpatizzò col terrorismo, e molti argomenti impiegati allora, a cominciare dalla presunta volontà di “criminalizzare una generazione politica” sono gli stessi riciclati a difesa degli ex terroristi fuggiti in Francia. Per questo, oltre la ricostruzione storica, l’affaire 7 aprile offre moltissimi spunti per riflettere.