di Elena Loewenthal
La Stampa, 16 giugno 2025
La guerra semina morti. Lo fa da sempre, quella è la sua vocazione da che mondo è mondo, o meglio dal tempo in cui l’umanità s’è inventata un tale strumento di distruzione. Che sia barbara o inevitabile, di sopraffazione o difesa, ogni guerra porta con sé la morte: di soldati, condottieri e soprattutto civili. Uomini, donne e bambini che la guerra non la fanno ma ci precipitano dentro in un giorno più o meno qualunque e da quel giorno per loro tutto cambia. Non c’è pezzo di umanità che, prima o poi, non sia stata anche vittima della guerra. E che in quella guerra muore - senza non di rado sapere né troppo né poco del perché di quella guerra e della propria morte. Sotto le bombe, nel fuoco che divora la propria casa, faccia a faccia con una mitragliatrice che spara all’impazzata.
Quei morti, milioni e milioni lungo tutti i secoli di questo travagliato e confuso antropocene (le quasi innumerevoli specie diverse di dinosauri convivevano su questa terra in modo decisamente più civile) avrebbero diritto almeno ad una cosa: il ricordo. La Bibbia esprime tutto questo con due brevi parole ebraiche che suonano yad washem, cioè letteralmente “mano e nome”. I morti israeliani in quest’ultima, tremenda guerra, si chiamano Israel e Eti, Manar Shatha, Hala. A Tamra un’intera famiglia di arabi cristiani è morta sotto un missile spedito dall’Iran. Qui i morti sono presenza: volti, nomi, ricordi, lacrime. Vita che resta, case devastate, strazio e vita che va avanti, nonostante tutto. Le loro foto sono sui giornali e in rete, si parla di loro. Ci sono.
Sul fronte opposto, invece, nessun morto ha un nome. Nessun morto ha un volto. Chi non c’è più è come se non ci fosse mai stato. E i morti ci sono sicuramente, sotto le bombe israeliane. Ma più forte di tutto, laggiù a Teheran, più dell’unico diritto rimasto ai morti, più della assoluta e incontrovertibile verità che la guerra miete morti, più di tutto a Teheran vince la propaganda. E la propaganda non vuole morti, non li riconosce, fa come se la guerra non esistesse. Esiste solo il nemico, che non potrà fare a meno di perdere questa guerra anche nel caso in cui la vincesse. È solo il nemico a cadere in questa guerra, pretende la propaganda di un regime dove le vittime di guerra non sono ammesse e se ci sono - e ci sono sicuramente - stanno dietro una impenetrabile cortina di mistificazione. Solo il nemico, come quella presunta pilota israeliana abbattuta e sbandierata dalla comunicazione della repubblica islamica che in realtà era soldatessa cilena che sorride in una foto di repertorio.
I morti iraniani sono sepolti sotto le macerie della guerra ma prima ancora sotto la reticenza di un regime che si prende gioco della verità - anche quella più dolorosa e insopportabile dei morti in guerra. Che non sono ammessi, non hanno spazio né volto né nome, non sono neanche dei numeri. C’è qualcosa di indegno in questa rimozione che va contro ogni basilare principio di rispetto per la vita. Come se tutte quelle vite spazzate dalla guerra non avessero avuto alcun senso, né prima quando c’erano né ora che non ci sono più.











