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di Francesca Mannocchi

La Repubblica, 10 agosto 2026

Oscilliamo tra la minaccia da respingere e la vittima da salvare: nel mezzo resta invisibile la persona, che viene disumanizzata. Il movimento non è un incidente dal quale difendersi, ma una forma con cui la storia continua a prodursi. Quello che accade a Ceuta in queste settimane ci rimette davanti a un problema antico: il modo in cui la narrazione europea sulla migrazione genera due figure opposte, che assolvono alla stessa funzione - impedirci di riconoscere nelle persone migranti delle persone.

Da giorni le immagini si somigliano tutte. Migliaia di corpi in acqua tra la costa marocchina e l’exclave spagnola, ragazzi che nuotano verso una città europea in Africa, i soldati sulla spiaggia, le camionette che riportano al confine chi è entrato, le ottanta salme in fila in un hangar. E da giorni, con la stessa puntualità, il discorso pubblico europeo lavora a trasformare quei corpi in argomenti, con un repertorio noto, molto collaudato negli anni, e dunque immediatamente disponibile. Da un lato l’invasore: colui che arriva per sottrarre qualcosa - lavoro, sicurezza, identità, risorse - protagonista di un assalto orchestrato e strumento di una potenza straniera, dunque minaccia da respingere. Dall’altro la vittima assoluta: un essere umano mosso soltanto dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione, privo di desideri e di volontà, un corpo da compatire. La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella.

In entrambi i casi il migrante smette di essere una persona complessa, una persona come noi, e diventa una funzione del nostro discorso politico che serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra, costretta ormai da anni a giocare in difesa sul tema migratorio, per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto. Paura e compassione producono immagini apparentemente opposte ma condividono la stessa semplificazione: hanno bisogno di un migrante senza ambivalenze.

La vittima, per essere accolta nel racconto, deve essere perfetta, deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine, deve desiderare una vita modesta, deve restare dentro il perimetro morale che abbiamo costruito per lei; appena manifesta ambizione, desiderio di vita migliore, di consumo, di riconoscimento, di libertà personale, la sua innocenza viene messa in discussione. È una forma sottile di disumanizzazione, ma è comunque disumanizzazione.

I ragazzi che a fine luglio si sono gettati in acqua verso Ceuta rendono visibile proprio ciò che il nostro racconto della migrazione fatica a contemplare: si può partire perché si fugge da una condizione insostenibile e si può partire perché si desidera una vita diversa, perché quella che si ha non basta più, perché altrove si immaginano possibilità che il luogo in cui si è nati non sembra poter offrire. Molti hanno vent’anni, hanno un telefono, hanno letto una convocazione rimbalzata sui social, hanno valutato un rischio e hanno deciso di correrlo. Vengono da un Paese che non è in guerra e che l’Europa considera insieme partner, alleato e presidio esterno dei propri confini. Proprio per questo Ceuta pone una questione che precede persino quella morale e riguarda la capacità politica di governare le migrazioni.

Da decenni continuiamo a parlare di migrazione attraverso il lessico dell’eccezione, come se ogni movimento fosse una crisi improvvisa alla quale rispondere, ogni frontiera attraversata l’inizio di un’emergenza, ogni aumento degli arrivi la prova di un sistema che ha smesso di funzionare. Eppure ciò che chiamiamo emergenza è ormai una condizione permanente, prodotta da diseguaglianze, guerre e crisi climatiche, trasformazioni del mercato del lavoro, instabilità politiche, reti transnazionali e, insieme a tutto questo, dall’aspirazione antichissima degli esseri umani a spostarsi verso luoghi nei quali immaginano di poter vivere meglio.

Continuare a distinguere le migrazioni attraverso una gerarchia morale delle ragioni che le producono impedisce di vedere questa complessità. Abbiamo costruito un sistema nel quale la sofferenza rende il movimento comprensibile e il desiderio lo rende sospetto, come se la necessità appartenesse alla politica e l’aspirazione individuale ne fosse una deviazione. Governare la mobilità richiede esattamente il contrario: riconoscere che cause diverse producono movimenti diversi, che protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti familiari, mobilità per studio o lavoro chiedono strumenti differenti e che nessuna politica dei confini può essere efficace se pretende di ridurre a un’unica categoria ciò che accade prima che una persona raggiunga quel confine.

La questione riguarda allora anche il significato che siamo disposti ad attribuire alla libertà di movimento. È forse questa la domanda più difficile che Ceuta consegna all’Europa. Non soltanto quanti confini possiamo controllare, quante persone possiamo accogliere, quali accordi possiamo stipulare con i Paesi di origine e di transito, quali strumenti possano rendere i movimenti ordinati e governabili. La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni.

Finché continueremo a chiedere alle persone migranti di essere qualcosa di diverso da ciò che riconosciamo come umano in noi stessi, continueremo a oscillare tra le stesse due immagini: la minaccia da respingere e la vittima da salvare. In mezzo rimarrà invisibile la persona, con la sua storia e i suoi errori, la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare. È in quello spazio che dovrebbe cominciare una politica europea della migrazione capace finalmente di chiamare il movimento con il suo nome: non un incidente della storia dal quale difendersi, ma una delle forme attraverso cui la storia umana continua a prodursi.