sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marco Bascetta

Il Manifesto, 24 giugno 2026

Nessuna realtà più chiaramente dell’Afghanistan è testimone dell’ipocrisia e del cinismo dell’Occidente tutto, in questo caso senza eccezioni e senza divisioni. Di fronte a una guerra disastrosamente persa e al vergognoso abbandono di numerosi afghani da parte di quegli Stati uniti nei quali avevano sprovvedutamente creduto, Washington accreditò le promesse di democrazia e rispetto dei diritti umani che i vittoriosi Talebani gli avevano servito. A questa comoda mistificazione si accodò senza battere ciglio l’Unione europea. Non ci volle però molto tempo perché il regime di Kabul si mostrasse identico se non peggiore di quello che aveva preceduto l’intervento americano, ma a quel punto faceva comodo a tutti e sulla sua natura spietata calò un generale silenzio. Fatto sta che da quell’ameno luogo molti erano fuggiti per salvare la pelle, la libertà personale o anche solo quelle cose minime della vita proibite dagli inflessibili guardiani della virtù. Ma di questi profughi, scappati da un orrendo regime non riconosciuto né riconoscibile, l’Europa intendeva comunque al più presto liberarsi.

Come del resto di tanti altri richiedenti asilo provenienti da analoghi “paesi sicuri”. È infatti tramite questa infame tassonomia, del tutto arbitraria e opportunistica (ma nella quale la realtà estrema dell’Afghanistan non riesce comunque a rientrare) che numerosi profughi verranno respinti e restituiti ai loro persecutori o deportati verso invivibili destinazioni. Ma come trattare con un interlocutore che non si riconosce?

Già in gennaio l’Unione europea aveva mandato alcuni suoi funzionari a Kabul per discutere dell’argomento con un regime “di fatto” ma non ufficialmente riconosciuto e con il quale non si potevano, in conseguenza, stringere gli accordi necessari per i rimpatri. Ora i Talebani restituiscono la visita su invito del ministero degli esteri belga per conferire con la Commissione di Bruxelles, presumibilmente su innominabili questioni di soldi e false rassicurazioni per aggirare gli ostacoli politici e legali. E intanto, all’infamia si aggiunge il ridicolo: il governo belga concede il visto ai cinque uomini della delegazione afghana per un solo giorno, dopo accurata valutazione dei rischi che costoro potrebbero comportare per il paese.

I belgi possono stare tranquilli, i talebani invitati a Bruxelles non sembrano costituire pericolo per la cittadinanza autoctona, se non quello di chiedere a loro volta asilo e andare a ingrossare le file dei migranti. Ciò di cui l’Europa, con tutta la sua prosopopea dei valori, dovrebbe preoccuparsi è invece il destino al quale andranno incontro i fuoriusciti afghani rispediti a Kabul di cui palesemente se ne infischia. Quanto alle regole, in tema di immigrazione nulla è garantito, tutto può cambiare in ogni momento o essere aggirato, fino a casi aberranti come quello dei rimpatri in Afghanistan.

Se ciò che fino a poco tempo fa veniva considerato inimmaginabile nell’Unione europea può oggi essere non solo immaginato, ma anche discusso e progettato, è soprattutto per una ragione. Il governo dell’Unione poggia sempre più frequentemente sull’alleanza ipocritamente sottaciuta tra il partito popolare e le forze dell’estrema destra. La demolizione del diritto d’asilo in Europa è il frutto di questa cooperazione oltre che dei timori elettorali delle sinistre che non sono state in grado di difenderlo. La maggioranza Ursula e l’argine che doveva tenere le destre radicali lontane dalle leve del potere sono ormai una insostenibile finzione. Per quello che ancora contano alle sinistre europee converrebbe rovesciare il tavolo prima che fascisti e popolari le accompagnino senza nessuna cortesia all’uscita.