di Marzia Piga
cagliaritoday.it, 8 settembre 2026
Dall’allarme lanciato dall’associazione Sdr e dalla Garante dei detenuti Irene Testa nell’aprile 2025 alle lettere di Alessandra Todde e alle sollecitazioni dei parlamentari sardi al governo Meloni, dagli incontri con Nordio alla protesta in piazza, fino al trasferimento di circa 100 detenuti nello scorso fine settimana: la storia di un piano contestato da tutta l’Isola per un anno e mezzo e arrivato comunque al traguardo. La prima avvisaglia arriva il 15 aprile 2025. Non c’è ancora una data ufficiale per l’apertura della nuova sezione, non c’è ancora la lettera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria alle autorità sarde, non c’è ancora il piano nazionale dei sette istituti dedicati al 41 bis. Ma c’è già un cantiere che improvvisamente accelera e, soprattutto, ci sono 92 detenuti che potrebbero arrivare a Uta. A lanciare tra i primi l’allarme è Maria Grazia Caligaris, presidente di Socialismo Diritti e Riforme. È il primo passaggio di una storia che nei mesi successivi diventerà uno dei casi istituzionali più delicati del rapporto tra Sardegna e governo Meloni e in particolare tra le istituzioni regionali e il ministero della Giustizia e che CagliariToday ha documentato sin dall’inizio.
Oggi che i primi detenuti sono arrivati davvero, è utile tornare indietro e ricostruire quello che è successo. Perché l’operazione non nasce a settembre 2026, né con l’inaugurazione della nuova sezione di Uta. E soprattutto perché, nel corso di oltre un anno, le istituzioni sarde hanno fatto numerosi tentativi per fermarla, ridimensionarla o almeno ottenere un confronto con Roma. Tentativi, spesso osteggiati da qualche parte politica avversaria, che, alla fine, non hanno cambiato il risultato.
Il primo allarme, quando ancora sembrava soltanto un progetto - Il 15 aprile 2025 la notizia non è quella di un trasferimento già deciso. È quella di un’accelerazione dei lavori. Dopo mesi di sostanziale stasi, nel carcere di Uta il cantiere del padiglione destinato al 41 bis riparte a ritmo serrato e Sdr mette in fila i segnali che fanno pensare a un’operazione ormai prossima alla conclusione: entro la fine dell’anno, probabilmente a novembre, in Sardegna potrebbero arrivare altri 92 detenuti sottoposti al regime di carcere duro. È un numero tutt’altro che marginale. La Sardegna ospita già a Sassari-Bancali una sezione destinata al 41 bis e l’arrivo dei nuovi detenuti a Uta avrebbe fatto crescere in maniera consistente la presenza nell’Isola di persone sottoposte al regime speciale. Caligaris parla di un ulteriore aumento della concentrazione di detenuti ad altissima pericolosità e mette in discussione soprattutto la scelta di utilizzare la Sardegna come destinazione privilegiata. All’allarme segue subito quello della Garante regionale per i detenuti Irene Testa che si concentra su ciò che accade dentro e intorno alle carceri. Testa insiste sulla situazione degli istituti sardi e sulle conseguenze che una nuova concentrazione di detenuti in regime speciale può avere su un sistema già in difficoltà. Il tema non è soltanto quello della sicurezza. Un reparto 41 bis richiede personale penitenziario adeguato, servizi sanitari, trasferimenti sotto scorta, organizzazione e strutture in grado di rispondere a esigenze particolari. E Uta non parte da una situazione di disponibilità di uomini e spazi.
Il 41 bis in Sardegna non nasce con il Governo Meloni né con Conte - Per capire la polemica che esploderà nel 2025 e nel 2026 bisogna però fare un passo indietro molto più lungo, fino al 2009. La legge 94 del 15 luglio 2009, approvata durante il quarto Governo Berlusconi, modificò la disciplina del 41 bis stabilendo che i detenuti sottoposti al regime speciale dovessero essere collocati in istituti esclusivamente dedicati, “preferibilmente in aree insulari”, oppure in sezioni speciali e logisticamente separate. È quella norma ad aver inserito nell’ordinamento il principio che ancora oggi viene richiamato quando si parla della collocazione dei detenuti al 41 bis nelle isole. E già allora la Sardegna era finita al centro del progetto. Nel settembre 2009, durante una seduta del Consiglio regionale dedicata alle carceri speciali, l’opposizione ricordava il piano Ionta-Alfano e parlava della possibilità che 400 dei 600 detenuti sottoposti al 41 bis allora presenti nelle carceri italiane venissero trasferiti nei nuovi istituti di Cagliari e Sassari: 200 a Cagliari e altrettanti a Bancali. E nel 2012 il Consiglio regionale ricordava già la previsione di due padiglioni dedicati nei nuovi istituti di Cagliari e Sassari, per complessivi 180 posti, sulla base proprio della legge del 2009 e dell’orientamento espresso dall’allora capo del Dap Franco Ionta verso la concentrazione dei detenuti in pochi istituti nelle aree insulari. Ma il piano del 2009 non è il piano attuale. Quello che oggi porta Uta, Bancali e Badu ‘e Carros dentro una rete nazionale di sette istituti esclusivamente dedicati al 41 bis è una riorganizzazione successiva, costruita dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e portata avanti dall’attuale Governo.
A giugno 2025 i 92 detenuti non sono più soltanto un’ipotesi - Il salto di qualità arriva qualche mese dopo il primo allarme. Nel giugno 2025 la Regione viene a conoscenza dell’ipotesi di trasferire a Uta i 92 detenuti e Alessandra Todde scrive al ministro della Giustizia Carlo Nordio per chiedere un confronto. È un passaggio che diventerà centrale nella ricostruzione della presidente della Regione: la lettera del 18 giugno, dice Todde, non riceve risposta. Nel frattempo, il ministero procede con i propri passaggi amministrativi. A luglio il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria comunica formalmente alle autorità sarde l’intenzione di aprire la sezione di Uta e di trasferirvi 92 detenuti.
A quel punto la Regione non si trova più davanti a un cantiere che potrebbe essere destinato al 41 bis. Si trova davanti a una decisione che prende forma concreta. Ed è proprio qui che la questione comincia a uscire dal perimetro della cronaca penitenziaria per diventare un caso politico e istituzionale. Todde contesta non soltanto il numero dei detenuti, ma soprattutto il metodo con il quale la scelta viene portata avanti. La Sardegna, sostiene, non può essere informata a cose fatte di una decisione che incide sulla sicurezza, sull’organizzazione delle carceri, sulla sanità regionale e sui bilanci pubblici.
Il problema sanitario, in particolare, non è secondario. La Sardegna è una Regione a statuto speciale e sostiene direttamente i costi della sanità penitenziaria. È uno degli argomenti che Todde porterà al tavolo con Nordio e che tornerà più volte nel confronto successivo: aumentare il numero dei detenuti sottoposti a un regime che richiede misure di sicurezza e assistenza particolari significa aumentare anche la pressione su un sistema sanitario che nell’Isola viene finanziato dalla Regione. La presidente mette sul tavolo anche un’altra questione: le carceri sarde sono già in difficoltà per sovraffollamento e carenza di personale. La scelta di concentrare ulteriormente il 41 bis nell’Isola, quindi, non viene presentata dalla Regione come un problema astratto, ma come una decisione che rischia di produrre conseguenze concrete sugli istituti, sugli agenti della polizia penitenziaria, sui servizi sanitari e sull’organizzazione della giustizia.
Le istituzioni sarde provano a fermare il trasferimento - Nel frattempo il tema entra anche nel Consiglio regionale. La reazione non arriva soltanto dalla maggioranza che sostiene Todde: sul trasferimento dei detenuti al 41 bis si muovono anche esponenti del centrodestra, con mozioni e iniziative che chiedono chiarimenti e contestano, con motivazioni diverse, la concentrazione nell’Isola. Il dissenso sulla scelta di concentrare in Sardegna una quota così rilevante del circuito del 41 bis attraversa gli schieramenti. Nel luglio 2025, per esempio, una mozione dei Riformatori chiedeva già di affrontare la questione, mentre la maggioranza presentava successivamente proprie iniziative. Mentre era stata depositata in Parlamento dal senatore Pd Marco Meloni, insieme al collega siciliano Antonio Nicita, una proposta di legge per modificare il comma 2-quater dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e cancellare la dicitura “preferibilmente in aree insulari”, oggi ancora ferma in commissione. Anche Forza Italia, con il deputato sardo e coordinatore regionale degli azzurri, Pietro Pittalis, lo scorso febbraio, aveva depositato un testo con lo stesso obiettivo.
La Regione chiede quindi di fermare il trasferimento e di aprire un confronto con il ministero. Nel frattempo si muovono anche parlamentari, associazioni, sindacati e rappresentanti del mondo penitenziario. Il tema comincia a essere affrontato non soltanto dal punto di vista della sicurezza, ma anche per le conseguenze sulla popolazione carceraria ordinaria: se tre istituti sardi vengono progressivamente destinati al circuito del 41 bis, gli altri detenuti devono necessariamente essere redistribuiti. È una delle questioni che emergeranno con maggiore forza nei mesi successivi. La Sardegna non contesta la legittimità del 41 bis e non mette in discussione la necessità di contrastare la criminalità organizzata. Il punto, ripetuto da Todde e poi fatto proprio anche da una parte significativa del Consiglio regionale, è un altro: perché una quota così grande del circuito nazionale deve essere concentrata proprio nell’Isola? Nel frattempo, a luglio, la Regione ha già messo nero su bianco la richiesta di bloccare i trasferimenti e di ottenere un incontro con il ministro della Giustizia. Il confronto, però, non produce lo stop dell’operazione.
Settembre 2025, l’incontro con Nordio e quella promessa sul coinvolgimento della Regione - Il passaggio successivo è l’incontro tra Todde e Nordio, nel settembre 2025. È uno degli snodi più importanti dell’intera vicenda perché, nella ricostruzione della presidente della Regione, proprio in quella sede sarebbero arrivate rassicurazioni precise. Todde racconterà poi che il ministro aveva condiviso la necessità di non procedere senza il coinvolgimento della Regione, oltre alla necessità di affrontare il tema delle risorse per il Tribunale di sorveglianza e per il personale penitenziario. Sul tavolo c’era anche la questione dei costi sanitari sostenuti dalla Sardegna. A dicembre, durante una partecipata assemblea a Uta, la presidente ricostruirà pubblicamente quel colloquio. “Il ministro concordò con noi tre cose”, dirà, ricordando l’impegno a non portare avanti il progetto senza un accordo con la Regione, quello sulle risorse per la giustizia e il personale penitenziario e il riconoscimento della peculiarità della Sardegna, che sostiene direttamente la sanità dei detenuti. È una ricostruzione che diventerà decisiva pochi mesi dopo, quando emergerà che il progetto nazionale è molto più ampio dei soli 92 detenuti destinati a Uta. Perché nel frattempo, mentre la Regione continua a chiedere un confronto sul caso specifico di Uta, il ministero sta lavorando a una riorganizzazione complessiva del circuito 41 bis.
Il piano del Governo Meloni: sette carceri dedicate, tre in Sardegna - La vera svolta arriva con la Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025. È lì che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro presenta il progetto di riorganizzazione nazionale: sette istituti penitenziari esclusivamente dedicati al 41 bis, con tre strutture in Sardegna, Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. È questo il momento nel quale la vicenda cambia definitivamente dimensione. Non si parla più soltanto di trasferire 92 detenuti nella nuova sezione di Uta. Il progetto è quello di concentrare in pochi istituti italiani l’intero circuito del carcere duro, trasformando alcune strutture in carceri dedicate. Per la Sardegna significa avere tre dei sette istituti previsti a livello nazionale. Nel verbale della Conferenza Stato-Regioni, pubblicato per primo da CagliariToday, vengono indicati 192 posti dedicati nell’Isola, con la possibilità di un incremento di circa il 20 per cento. Le stime successivamente richiamate dalla Regione portano così il potenziale a circa 240 detenuti, una quota vicina a un terzo del circuito nazionale.
Ed è proprio questo il punto che permette di distinguere il piano attuale dal precedente del 2009. La norma che indica le aree insulari come collocazione preferenziale del 41 bis è del 2009. Ma la decisione di costruire nel 2025 una rete nazionale di sette istituti dedicati, tre dei quali in Sardegna, è la riorganizzazione portata avanti dal Governo Meloni attraverso il Dap e il ministero della Giustizia. La Regione, rappresentata in Conferenza dall’assessora Rosanna Laconi, contesta di non essere stata coinvolta nella costruzione del piano e mette sul tavolo le conseguenze per i territori. Non è soltanto una questione di numero di detenuti. Se Uta, Bancali e Badu ‘e Carros diventano strutture dedicate al 41 bis, cambia l’equilibrio dell’intero sistema penitenziario sardo e cambia anche la distribuzione dei detenuti ordinari. È il momento in cui la Sardegna comprende che il caso Uta è soltanto il primo pezzo di un progetto molto più grande.
Badu ‘e Carros, il 41 bis cambia volto al carcere di Nuoro - Nel frattempo, la trasformazione non riguarda più soltanto Uta. Anche a Badu ‘e Carros il progetto del ministero comincia a tradursi in una modifica sostanziale dell’istituto: il carcere di Nuoro viene progressivamente svuotato dei detenuti appartenenti agli altri circuiti in vista della riconversione della struttura in un istituto dedicato al 41 bis. Il passaggio è tutt’altro che marginale, perché significa destinare stabilmente un altro carcere sardo al regime di massima sicurezza, riducendo gli spazi disponibili per la detenzione ordinaria e modificando la funzione che Badu ‘e Carros ha avuto fino a quel momento. La vicenda accende la preoccupazione anche nel territorio nuorese. A gennaio 2026 il Comune convoca un Consiglio comunale straordinario sul progetto, mentre la Regione continua a chiedere al ministero di rivedere la scelta. Ad aprile Alessandra Todde visita personalmente Badu ‘e Carros e il cantiere dove sono previsti gli interventi di adeguamento. Nel frattempo, il trasferimento degli altri detenuti rende sempre più evidente che quella che era stata presentata come una riorganizzazione del sistema penitenziario sta producendo una conseguenza concreta: la Sardegna si avvia ad avere non soltanto una nuova sezione di Uta, ma tre istituti - Uta, Bancali e Badu ‘e Carros - inseriti nel circuito nazionale del 41 bis.
Da Uta a tutta la Sardegna, perché la protesta diventa una questione di autonomia - All’inizio del 2026 Todde torna a spiegare pubblicamente il percorso seguito dalla Regione. Ricorda la lettera di giugno, l’incontro con Nordio di settembre e poi il verbale della Conferenza Stato-Regioni di dicembre, che a suo giudizio dimostra che il piano nazionale era già definito. A febbraio la presidente decide quindi di alzare il livello della mobilitazione. Ma lo fa insistendo su un punto: non è il 41 bis in quanto strumento antimafia a essere contestato. In Consiglio regionale, il 24 febbraio, Todde lo dice in maniera esplicita: la Sardegna non mette in discussione la legittimità del regime speciale e non intende indebolire la lotta alle mafie. La contestazione riguarda la distribuzione territoriale, l’impatto sull’Isola e il mancato confronto con le istituzioni regionali. Nel frattempo, il Consiglio regionale discute mozioni e ordini del giorno. Viene sostenuta anche la richiesta di modificare la norma che stabilisce la preferenza per le aree insulari, proprio per evitare che quella previsione possa tradursi automaticamente in una concentrazione sproporzionata dei detenuti al 41 bis nelle isole. È un passaggio politico delicato perché consente alla Regione di spostare il confronto dal semplice “no ai detenuti” a una questione più ampia: quale debba essere il rapporto tra lo Stato e una Regione a statuto speciale quando una decisione nazionale produce conseguenze particolarmente pesanti sul territorio.
Il 28 febbraio la Sardegna va in piazza - Alla fine il confronto istituzionale arriva anche in piazza. Il 28 febbraio 2026, a Cagliari, si ritrovano circa duemila persone per la manifestazione promossa da Todde contro il piano del Governo. Ci sono sindaci con la fascia tricolore, sindacati, associazioni, parlamentari, consiglieri regionali e rappresentanti dei territori. È una mobilitazione trasversale, costruita attorno a una richiesta che la presidente ripete anche dal palco: non mettere in discussione la lotta alla criminalità organizzata, ma chiedere che la Sardegna non venga trasformata in una destinazione privilegiata per il circuito del carcere duro senza una valutazione degli effetti e senza un confronto istituzionale.Todde chiede anche di eliminare dalla legge la preferenza per le aree insulari, definendola una forma di discriminazione rispetto al principio di insularità che nel frattempo è entrato nella Costituzione. La piazza diventa così il punto più alto di una battaglia iniziata quasi un anno prima con una lettera e con un cantiere osservato da vicino.
Pochi giorni prima della manifestazione, Todde aveva detto di considerare particolarmente grave il fatto che Nordio, nell’incontro di settembre, avesse assicurato secondo la sua ricostruzione che nulla sarebbe stato deciso senza il coinvolgimento della Regione. Il 28 febbraio torna sullo stesso punto: “Niente era deciso”, aveva riferito il ministro; nei mesi successivi, invece, la Regione scopre un piano che appare già strutturato.
E la protesta arriva anche fuori dall’Italia - Nel frattempo la vicenda supera i confini regionali e nazionali. A febbraio Reuters dedica un reportage al progetto del Governo e alla reazione della Sardegna, raccontando il timore che l’Isola possa tornare a essere identificata con la sua vecchia immagine di colonia penale. Il servizio richiama il dato di circa 750 detenuti al 41 bis in Italia e la prospettiva che una quota vicina a un terzo possa essere concentrata in Sardegna. Il reportage internazionale non si limita alla polemica politica. Mette in evidenza anche i timori espressi sul possibile impatto economico e sociale, sulle infiltrazioni criminali e sulla pressione che il sistema sanitario e penitenziario dovrebbe sostenere. La notizia viene poi ripresa da altri media, fino a entrare nel racconto internazionale della Sardegna come possibile nuova “Devil’s Island” italiana. È un passaggio che, per una Regione che vive anche di immagine turistica, aggiunge un elemento ulteriore al dibattito. Non cambia la decisione del ministero, ma dimostra che la questione non è più soltanto una vertenza tra Villa Devoto e via Arenula.
A luglio la nuova sezione viene inaugurata. A settembre arrivano i detenuti - La storia, intanto, continua a procedere nella direzione che la Regione aveva cercato di fermare. Il 23 luglio 2026 Nordio arriva a Uta per l’inaugurazione, in gran segreto, della nuova sezione destinata al 41 bis. Sono 91 i posti della struttura. La Regione non viene coinvolta nell’inaugurazione e Todde parla di un nuovo “sgarbo istituzionale”, ricordando che per mesi aveva chiesto un confronto sul progetto. È un passaggio quasi simbolico: il reparto che nell’aprile 2025 era ancora un cantiere osservato da Sdr è ormai pronto. Poi arriva settembre. Il 5 settembre i primi 40 detenuti sottoposti al 41 bis arrivano all’aeroporto militare di Decimomannu e vengono trasferiti a Uta. Nelle ore successive ne arrivano altri 40. Nell’arco del weekend i trasferimenti portano in Sardegna circa 100 detenuti, mentre il contingente destinato alla nuova sezione di Uta è di 92. Il dispositivo di sicurezza viene rafforzato e il carcere diventa il punto di arrivo di una decisione che per diciassette mesi era stata annunciata, contestata, discussa, portata nelle aule istituzionali e infine in piazza.
La mobilitazione della Sardegna inascoltata e la realtà - Il 41 bis a Uta è diventato realtà e la Sardegna si trova ad avere tre istituti inseriti nel progetto nazionale delle strutture dedicate al carcere duro. Il primo allarme, però, era arrivato il 15 aprile 2025, quando dei 92 detenuti si poteva ancora scrivere al futuro. Da allora sono passati una lettera a Nordio, incontri istituzionali, interrogazioni e mozioni, richieste di modifica della legge, il confronto in Conferenza Stato-Regioni, una manifestazione da circa duemila persone e anche l’attenzione della stampa internazionale. Non solo, molte organizzazioni ed enti come sindacati, imprese, Confindustria e tanti altri hanno esplicitamente gridato il loro no e acceso i riflettori sul rischio di infiltrazioni mafiose nell’Isola. Ma né i passaggi istituzionali, né le posizioni di quasi tutta la società civile ha fermato il trasferimento.









