di Raffaella Romagnolo
La Stampa, 5 aprile 2025
Quando racconto la storia di Edipo che sulla strada verso Tebe incrocia il padre Laio e, non riconoscendolo, lo ammazza, in classe si fa silenzio. Succede ogni volta, è una specie di magia, però nera. Io adulta e loro ragazzi dimentichiamo le pareti spoglie, i banchi sbreccati, le sedie scomode per le loro gambe lunghe di quindicenni, dimentichiamo persino le distrazioni dei Social e ci troviamo di colpo alle prese con un’angoscia che travalica i millenni, primigenia, fondativa. Non si uccide il padre. Non perché lo dice la legge, non si fa e basta. La legge, i tribunali, vengono dopo. È un tabù, spiego, e infrangere un tabù distrugge l’individuo e fa saltare in aria la società. Edipo patricida pagherà duramente, e con lui i suoi figli, per generazioni. Di qui, credo, lo sgomento a leggere i fatti di Mezzolombardo. Perché ciò che è accaduto nella notte tra giovedì e venerdì a Simeun Panic e a suo figlio Bojan, e alla madre, e a tutti i loro famigliari e amici, non è semplice, amarissima cronaca: è tragedia.
Nel tempo a venire, l’iter processuale chiarirà sperabilmente i dettagli, la dinamica, le cause prossime e remote. I giudici daranno a tutti i protagonisti un ruolo, carnefice o vittima. Intanto mi torna in mente la vicenda di Alex Pompa, meno di vent’anni anche lui, che nel 2020 a Collegno uccise il padre a coltellate. Con il poco che ho in mano, e quindi con mille cautele, intuisco il ripetersi di uno schema: un matrimonio violento, il patriarcato al suo peggio, il padre che picchia, la madre che subisce, e un ragazzo che si ribella. Ma, per uscirne, non sembra possedere altro strumento che la violenza stessa. Nel ripetersi dello schema, la tragedia antica come il mondo s’incardina nella contemporaneità, anzi nella quotidianità di un Paese con una donna ammazzata ogni tre giorni.
Da scrittrice, provo allora, e ancora con mille cautele, a entrare nella testa del ragazzo. C’è un mondo domestico duro, cattivo, profondamente squilibrato nei rapporti. Poi c’è un mondo fuori casa che organizza cortei, agita chiavi, pretende sacrosanto rispetto. È un bel mondo, quello fuori, c’è un’idea di pace, le donne che ami (tua madre, tua sorella, tua figlia, tua moglie, la tua ragazza) non devono nascondere i lividi perché non hanno lividi. Ed è sicuramente un bel mondo a vent’anni, quando tutto è ancora intero (Guccini), cioè tutto è possibile, persino il cambiamento. Ma “intero” significa che non puoi stare contemporaneamente in due mondi: o dentro o fuori. In questa tragedia antica del tempo presente, il coltello (la lacerazione) mi sembra un messaggio cristallino.
Non hanno visto, né Alex Pompa né (presumibilmente, cautela, cautela) Bojan Panic, alternative alla violenza. Che intorno sia mancata una rete di supporto è evidente. Certo ci sono vicini di casa, colleghi di lavoro, scuola, associazioni, servizi sociali, forze di polizia, ma la rete non ha funzionato. Viene allora in mente Adolescence, la serie Netflix che tanto fa discutere. Anche lì, la rete intorno ai protagonisti non salva nessuno. Su questa cosa, credo, bisogna ragionarci, inventarsi qualcosa, agire. Fare cioè in modo che l’alternativa alla violenza sia visibile e praticabile.
Succede anche un’altra cosa interessante, in Adolescence, cioè che i ruoli non sono chiari ma sfumati: il carnefice è anche vittima, e viceversa, tutti gli altri sono innocenti ma, in qualche modo, colpevoli (di non aver visto, di non essere intervenuti per tempo). Una fiction che è un bel bagno di realtà. Edipo assassino, Edipo innocente. Ai tribunali, ai giudici, il compito di assegnare i ruoli giusti. Non li invidio











