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di Simona Lorenzetti

Corriere della Sera, 7 maggio 2023

Per la Corte d’assise d’appello la pena deve essere “proporzionata e rieducativa”. Anche in caso di condanna minima il giovane dovrà affrontare un periodo in carcere. “Determinare la pena in misura non inferiore a 14 anni di reclusione presenta profili di illegittimità costituzionale in relazione ai principi di uguaglianza e alla funzione di proporzionalità e di rieducazione della pena”.

Con queste parole i giudici della Corte d’assise d’appello di Torino motivano la decisione di chiedere l’intervento della Consulta per poter decidere la giusta condanna da infliggere ad Alex Cotoia (ha chiesto e ottenuto di abbandonare il cognome del padre), il 21enne che la sera del 30 aprile 2020 uccise il padre Giuseppe Pompa in uno “scatto d’ira” per difendere la madre dall’ennesima aggressione.

Per la Corte non c’è dubbio che si tratti di un omicidio volontario e che non sia un caso di legittima difesa: Alex (difeso dagli avvocati Claudio Strata e Giancarla Bissattini) ha agito d’anticipo senza che vi fosse un pericolo “attuale”, colpendo il genitore con 34 fendenti, sferrati con sei coltelli diversi, e “trasfigurandosi in uno strumento di aggressione”. Ma ritiene anche che la condanna a 14 anni (il minimo, tenuto conto che è stato giudicato seminfermo di mente) sia “sproporzionata” per un ragazzo che per tutta la vita è stato vittima di un padre violento e prevaricatore. I giudici, infatti, vorrebbero avere l’ok dalla Corte costituzionale a derogare quelle norme - introdotte dal Codice Rosso - che vietano il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti. In particolare, nel caso di Alex le due attenuanti che vorrebbero applicare i togati sono le “generiche” (per la giovanissima età e il comportamento processuale) e la “provocazione” (per i continui maltrattamenti posti in essere dal padre). Da qui la decisione di sospendere il giudizio.

Il destino dell’imputato dipende quindi dalla Consulta. Se i giudici respingeranno l’eccezione, il ragazzo sarà condannato a 14 anni di carcere. Il calcolo della pena però cambierà in caso di accoglimento. Qualora venisse concessa la deroga a una sola delle attenuanti, i giudici potranno applicare una riduzione di un terzo e Alex sconterebbe 9 anni e 6 mesi. Se invece l’eccezione venisse accolta nella sua completezza, la pena si ridurrebbe a 6 anni e 2 mesi.

In ogni caso (se il verdetto verrà poi confermato in Cassazione), l’imputato dovrà affrontare un periodo di detenzione più o meno breve. Il giovane era stato arrestato la sera stessa dell’omicidio e ha già trascorso circa un anno e mezzo ai domiciliari: un periodo che va scalato dal verdetto. Nella migliore delle ipotesi - in caso, cioè, di condanna al minino -, prima di poter usufruire di una misura alternativa, il 21enne dovrà trascorrere in carcere un tempo compreso tra otto mesi e un anno.

Nelle motivazioni i giudici argomentano le particolari circostanze che disegnano la storia di Alex, che appaiono in antitesi con lo spirito del Codice Rosso di “offrire una risposta severa a quei fenomeni criminali” come il femminicidio. Situazioni, in sostanza, in cui le vittime sono “vulnerabili” per questione di genere. In questo caso, il delitto è avvenuto in un contesto diametralmente opposto. Il giovane ha ucciso dopo aver “assistito alle abituali condotte maltrattanti del padre nei confronti della madre”. Non solo, “ha sacrificato la sua giovane età alla protezione della donna” e l’omicidio “è il drammatico epilogo di dinamiche familiari malate, sofferte per anni”.