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di Marco Lignana

La Repubblica, 1 maggio 2025

Il primo maggio del 2022 il delitto nel quartiere genovese di Quinto. Antonella Zarri: “Scrive lettere sconcertanti, c’è scritto da tutte le parti che ha bisogno di farmaci”. “Mio figlio Alberto aveva dei seri problemi prima di uccidere la sorella Alice ed entrare in carcere. Da quando è in prigione non è mai stato curato. Mi chiedo come ne uscirà, se e quando uscirà da un istituto penitenziario. Adesso è a Ivrea, dopo l’ennesimo trasferimento, e di lui si sta occupando anche il garante dei detenuti. Manda solo lettere farneticanti, è sempre peggio”.

Il primo maggio di tre anni fa, in via Fabrizi a Quinto, Alberto Scagni uccideva la sorella Alice. Dopo una telefonata minacciosa ai genitori, e una disperata chiamata del padre al 112, l’allora 42enne si appostava sotto casa e accoltellava la 34enne scesa per portare fuori il cane. Alle 10 di questa mattina, nella chiesa della Consolazione in via Venti Settembre, si terrà una messa in suffragio della vittima. Naturalmente ci sarà anche la mamma Antonella Zarri, insieme al marito Graziano Scagni. Una famiglia annichilita, che non riesce nemmeno a comunicare con il figlio assassino, condannato a 24 anni 6 mesi in via definitiva e giudicato semi-infermo di mente: “Alberto non vuole incontrare noi e neppure i suoi avvocati. È totalmente solo”.

Antonella Zarri, quando è stato trasferito e perché Alberto dal carcere da Torino?

“Non lo sappiamo, in realtà non sono stati avvisati neanche gli avvocati. Sono andati a Torino a gennaio e l’hanno scoperto lì, sul momento. Allora si sono spostati a Ivrea e sono riusciti a incontrarlo, anche se per pochissimo tempo perché, come ripeto, lui non vuole vedere nessuno”.

Cosa scrive nelle sue lettere?

“È ossessionato dalle manie di persecuzione. È convinto che tutti tramino sempre e costantemente contro di lui. Se uno si rompe una gamba e non viene curato, rimane storpio. In un cervello come il suo con tre anni di carcere senza neanche un farmaco i neuroni si spengono. C’è scritto da tutte le parti che ha bisogno di cure”.

Vi siete mossi in quale modo?

“Ho parlato a lungo con il garante delle persone private della libertà personale di Genova Doriano Saracino, che a sua volta ha scritto al suo collega di Ivrea. Ma io ormai come posso avere fiducia nelle istituzioni? In carcere l’hanno già pestato due volte (a Genova ma soprattutto a Sanremo, ndr) e non è finito su una sedia a rotelle per miracolo. Forse faceva comodo a qualcuno farlo uscire così, renderlo inoffensivo”.

Per l’episodio di Sanremo sono stati perseguiti altri due detenuti, responsabili del massacro...

“Sì, ma per quattro ore nessuno della penitenziaria ha mosso un dito. Mentre la pm titolare del fascicolo, che ha archiviato la posizione degli agenti della polizia penitenziaria, era la stessa pm intervenuta sul posto. Questi sono i fatti”.

Lei avrebbe paura di incontrare suo figlio fuori da un contesto protetto?

“Di certo non scapperei. Se mi prendo una coltellata, vorrà dire che raggiungerò Alice. Dopo quello che ho vissuto, cosa vuole che abbia paura. Questa storia ha distrutto ogni cosa, la vita di Alice prima di tutto, quella della sua famiglia, e anche il rapporto fra noi e i nostri parenti acquisiti, con un nipote di mezzo”.

Dopo l’archiviazione del fascicolo nato dalla vostra denuncia nei confronti di 112 e Centro di salute mentale avete fatto ricorso alla Cedu. A che punto siete?

“Il ricorso è stato ritenuto ammissibile diversi mesi fa, ma i tempi sono lunghissimi. Ne traggo la conclusione che, evidentemente, in tanti hanno problemi con la giustizia”.

Dopo tre anni da quel giorno drammatico, resta sulle sue posizioni?

“Io e mio marito abbiamo detto che per Alberto ci volesse una pena giusta, non che non dovesse pagare. Allo stesso tempo però abbiamo sempre detto che i principali responsabili per noi sono le istituzioni a cui ci eravamo rivolti, e che non ci hanno mai considerato. Continuo a chiedermi cosa avremmo potuto fare di più e sono giunta alla conclusione che l’unica cosa era prendere delle guardie del corpo per tutti coloro che in qualche modo potevano incrociare Alberto. Ma mi rendo conto che purtroppo non siamo gli unici a essere finiti in questa situazione”.

A chi si riferisce?

“L’ultimo caso? I due poveri fidanzati ammazzati a Torino (Chiara Spatola e Simone Sorrentino, uccisi da Andrea Longo, ndr). Il 118 intervenuto poche ore prima con il coltello sul tavolo, nessuno che ha fatto niente”.

Oggi ricordate Alice...

“Negli ultimi giorni prima del delitto avrebbe sacrificato qualsiasi cosa per proteggerci da Alberto. Ha lasciato un bambino speciale, che oggi ha quattro anni. Io e mio marito adesso dobbiamo stare vivi per lui”.