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di Davide Maniaci

Corriere della Sera, 25 febbraio 2026

La procura aveva chiesto una condanna a 11 anni e 4 mesi, i suoi legali l’assoluzione invocando la legittima difesa. Con il rito abbreviato, ha usufruito dello sconto di un terzo della pena. Dodici anni di carcere per omicidio volontario. Si è pronunciato così il giudice Luigi Riganti del tribunale di Pavia nella sentenza di primo grado per Massimo Adriatici. Martedì mattina l’ex assessore leghista di Voghera, 51 anni, è stato condannato e potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato. La Procura della Repubblica chiedeva per lui 11 anni e 4 mesi di carcere per l’omicidio di Youns El Boussettaoui, la difesa l’assoluzione per legittima difesa.

Questo è il secondo processo a suo carico: il primo, con l’imputazione di eccesso colposo di legittima difesa, è stato poi annullato per il cambio del capo d’imputazione. Adriatici dovrà versare 380 mila euro totali di risarcimenti: 90 mila ai genitori del 39enne marocchino ucciso il 20 luglio 2021 in piazza Meardi a Voghera e 50 mila per ogni fratello e sorella, quattro in totale, tutti costituitisi parte civile.

“Siamo molto soddisfatti - commenta l’avvocato di parte civile Marco Romagnoli, che rappresenta la famiglia della vittima insieme alla collega Debora Piazza -. Questo procedimento è partito per noi estremamente in salita, con una prima accusa di estremo favore nei confronti dell’imputato di eccesso colposo di legittima difesa che era stata già ribaltata. Oggi questo giudizio che arriva a distanza di cinque anni dal momento in cui sono accaduti i fatti restituisce un primo grado di giustizia alla famiglia. Abbiamo sempre detto fin dall’inizio che questo era un omicidio volontario e che la condotta non lasciava spazio a dubbi interpretativi. È stata confermata la nostra impostazione: Massimo Adriatici ha ucciso volontariamente El Boussettaoui sparandogli un colpo di pistola al petto”. Sulla stessa lunghezza d’onda il commento della collega Debora Piazza: “Non esistono persone di serie A e di serie B, anche se viviamo in un momento storico molto complesso, in cui cercare la verità è sempre molto difficile”. “Avevano parlato di legittima difesa, qui come nel caso di Rogoredo”, ha aggiunto, riferendosi al caso dell’agente Cinturrino. “La sentenza di oggi ci ha detto che siamo tutte persone uguali davanti alla legge. Questo mi consente di credere nella giustizia”. Gioia e commozione per i famigliari di Younes. “Siamo felicissimi - ha commentato uscendo dal palazzo di giustizia Bahija El Boussettaoui, una delle sorelle di Younes -. Non mi aspettavo una sentenza di condanna superiore alla richiesta del pubblico ministero (il procuratore Fabio Napoleone aveva chiesto 11 anni e 4 mesi per l’ex assessore). Ma non saremo davvero contenti sino a che non vedremo Adriatici entrare in carcere con le manette. Il risarcimento? È un aspetto che in questo momento non ci interessa. Noi chiediamo solo che venga fatta giustizia per mio fratello”.

Nella serata del 20 luglio 2021 in piazza Meardi, a Voghera, El Boussettaoui (con problemi psichici, in condizione di marginalità e senza fissa dimora) infastidiva i clienti seduti all’esterno del bar Ligure. Non era la prima volta che accadeva. Adriatici, che ricopriva la carica di assessore alla Sicurezza, soprannominato “lo Sceriffo”, avvocato ed ex poliziotto, si era recato nei pressi del bar con la sua Beretta modello 21 calibro 22 long rifle in tasca. Il proiettile a punta cava era già in canna: si è trattato, così sostiene la perizia, di un colpo “utilizzabile al poligono di tiro, ma non per difesa personale”. La Procura ha definito “una vera e propria ronda armata” questo “pedinamento” nei confronti del 39enne. Ossia, ha ricostruito come Adriatici fosse uscito di casa apposta per capire cosa stesse facendo El Boussettaoui.

Tutto è accaduto in una manciata di secondi: i due sono entrati in contatto, Adriatici gli ha mostrato la pistola mentre stava parlando al telefono. Infine si sono scontrati. Prima El Boussettaoui gli ha sferrato un pugno a mano aperta, facendogli cadere gli occhiali. Poi l’assessore, sempre durante la colluttazione, mentre cadeva a terra e impugnava l’arma, ha sparato un solo colpo e lo ha colpito al petto. Il 39enne fu dichiarato morto alle 23,40, poco più di un’ora e mezza dopo “per choc emorragico acuto a causa della lacerazione della vena cava inferiore e dei vasi renali contigui”.

La Procura, con il pm Roberto Valli, all’inizio aveva ipotizzato l’eccesso colposo di legittima difesa, e per questo reato Adriatici fu rinviato a giudizio con una richiesta di condanna di 3 anni e 6 mesi. Quel processo non si è mai concluso. La giudice Valentina Nevoso, nel novembre del 2024, ha infatti chiesto alla Procura di riqualificare il reato nel più grave omicidio volontario. Capo d’imputazione accolto, con le attenuanti generiche. “Adriatici - queste le ragioni - avrebbe potuto valutare meglio la situazione e sparare alle gambe, anche per il suo ruolo di ex poliziotto. L’arma era carica, la reazione della vittima prevedibile, l’atteggiamento dopo lo sparo comunque freddo mentre il 39enne marocchino era a terra ferito”. Così, nuovo processo, nuove perizie sull’arma e sui proiettili, nuove testimonianze, nuove requisitorie.

L’imputato ha offerto un risarcimento di 220 mila euro alla famiglia del migrante. La madre e i fratelli hanno rifiutato. La vedova, invece, ha accettato il denaro insieme ai figli minorenni, revocando la propria costituzione in parte civile che invece rimane per gli altri parenti.