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di Lavinia Nocelli

Il Manifesto, 15 marzo 2022

Alla frontiera tra Romania e Ucraina il racconto di chi fugge e di chi lo aiuta. C’è un vociare isterico che riempie l’aria, e una viscida pioggia che si attacca ai vestiti. Ci sono le camere che avvinghiano i primi piani sfigurati dal dolore, i giornalisti che si spartiscono i reduci dal fronte, le parole di circostanza distillate in sequenza. Dietro chi porta fogli, documenti, pane, acqua, e delle coperte per proteggersi dal freddo. Al confine di una guerra raccogli i pezzi di ciò che arriva: una fuga racchiusa in una busta di plastica, uno smarrimento a cui non sai dare risposta, la rabbia nascosta. Quello che resta delle persone, e gli incubi che incontri nei loro sguardi. Non senti il suono delle sirene, quello del fuoco che squarcia un palazzo, né dei passi che corrono sotto un bunker per ripararsi da un attacco e le grida susseguirsi. La sensazione è quella di assistere ad una rincorsa alla tragedia provvisoria, di scorrere immagini conosciute e parole inconsistenti. Ma non c’è niente che puoi raccontare qui, perché non c’è nulla che non sia già stato scritto.

Pioviggina ad Oradea, spira un vento gelido che oscura i profumi primaverili stagionali. Kateryna si avvicina mentre compilo i dati alla reception, avvolta da un corpo gracile e accompagnata da un passo tremolante. Viene dall’Ucraina, mi dicono dal bancone, “la ospitiamo qui da ieri”. È arrivata a notte fonda insieme a Margarita, la figlia, e un danese dalle orecchie grandi. Kiev è un ricordo lontano, sussurra a voce bassa, forse la prossima destinazione è il Portogallo, forse la Francia. Margarita non è contenta, non vuole partire, ma con le bombe sopra casa non è possibile tornare indietro, e si deve andare avanti, anche con un figlio di diciannove anni bloccato dall’altra parte del confine. A cena i piatti vengono lasciati raffreddare mentre si parla della partenza del giorno dopo: Mircea guiderà fino Târgu Mureș, e poi da lì si deciderà il da farsi. Adriana mastica un po’ di inglese mentre si assicura che i documenti siano in regola, Florin sta al telefono e organizza i nuovi ingressi in hotel: entrambi lavorano come dipendenti nella struttura, ma in questi giorni stanno facendo molto di più per accogliere tutte le persone che arrivano, arrangiare i loro spostamenti, e garantirgli un pasto caldo ed una camera pulita.

Mentre parliamo arriva un’altra famiglia: sono in cinque, tre bambini, il padre e la madre. Mykola è riuscito a passare perché ha tre figli, ma da Odessa non è stato facile spostarsi. “Eravamo in Crimea l’ultima volta che sono arrivati, siamo fuggiti ancora”. Cosa ci propongono questi russi, mi chiede Mykola mentre stropiccia i bordi della tovaglia. “La Russia esiste da trecento anni, cosa rappresenta?”. Tre giorni dalla Moldavia per arrivare in Romania, per il Portogallo ne serviranno altrettanti. “Abbiamo chi ci ospita, poi si vedrà”.

All’alba incontro Kateryna. Prima di partire vuole darmi il numero di alcuni cugini vicino Parigi: mi chiede delle persone, se la lingua è difficile, dei monumenti da visitare. Si stringe nei suoi occhi affossati, scuri, mentre mi abbraccia. “Non so se è la scelta giusta da fare”, ma è l’unica possibile per ora. Per arrivare a Sighet, il confine romeno che costeggia l’Ucraina, prendo un microbuz da Oradea verso Baia Mare, dove mi aspetta Oana Gonczi, dei Vigili del Fuoco, che coordina insieme alla polizia, l’ufficio immigrazione, le autorità locali e di frontiera, tutte le attività al confine. “Abbiamo allestito il campo mobile vicino la nostra stazione. Ci sono sedici tende e otto letti, possiamo ospitare fino a venti persone”. E poi ci sono i mezzi a disposizione per trasportare chi arriva nei punti indicati, o nel campo stesso quando tutte le strutture nelle vicinanze sono piene. Le persone passano la linea di confine un po’ alla volta, alternandosi con le macchine, in un misto tra confusione, stanchezza ed apatia: vengono accompagnate sotto il tendone allestito qualche giorno prima dall’Unhcr per registrarsi, segnalare dove vogliono andare, da chi, o se vogliono fermarsi nel Paese.

Ma la Romania è un luogo di passaggio, e allora si cercano autobus verso la Germania, l’Italia, la Polonia, treni per la Spagna, e qualcosa per la Slovacchia. Alla frontiera Iulia Stan, capo della polizia, mi spiega che molti di quelli che la attraversano non chiedono lo status di rifugiato sociale, anche se hanno predisposto i documenti per farlo. Nella folla incroci di tutto: occhi chiari, scuri, cani e gatti, anziani, bambini, soprattutto donne. Verrebbe da chiedere loro qualcosa, ma a primo impatto si ha la sensazione che ogni domanda risulti più stupida che fastidiosa. Si avvicina Max per chiedermi delle informazioni, e iniziamo a chiacchierare riparati al caldo. “Vivo a Kiev. Non dirò che abitavo Kiev, non ancora”.

Via da lì a piedi sotto la neve, poi con la macchina, poi di nuovo a piedi. Parla un inglese perfetto, e mi rivela d’essere un interprete, ma di non aver mai visitato Londra. “Potrebbe essere il momento”, ma la sua famiglia è ancora bloccata tra le macerie della capitale. Ogni mezz’ora circa si affaccia qualcuno urlando il nome di una città, parte qualcosa, e gli interessati si precipitano fuori. La maggior parte dei presenti sono volontari, molti mettono di tasca propria i soldi per la benzina ed i trasporti, ma tanti altri se ne raccolgono dalla beneficienza delle persone. Quando la sera precipita sull’orizzonte ci si dà il cambio, qualcuno va verso casa, altri rimangono, i rifugiati non smettono di arrivare. Inizia a nevicare.

Ogni struttura in città ha messo a disposizione le proprie camere per i profughi, così come i cittadini, ed è difficile trovare un posto dove fermarsi. Fuori dalla stanza si sente abbaiare, e qualcuno accennare un rimprovero: una nuova famiglia è arrivata da Kharson, sono in tre più il cane. Provo ad avvicinarmi a questa a colazione, ad un’altra nel giardino, ma nessuno vuole parlare, né accennare ad un dialogo. “Hanno tutti paura qui, non si fidano. Difficilmente troverai qualcuno disposto ad aiutarti”. Florentina lavora nella casa famiglia Alexandru Ivasiuc, dove si occupa di pazienti con grave disturbo mentale, che ora accoglie anche le famiglie ucraine. Mentre divide la terapia per ciascuno degli ospiti mi spiega che il suo compito è quello di mettere in contatto chi arriva con quelli che offrono la disponibilità ad ospitare, “di assicurarmi che queste persone stiano bene, capire se hanno bisogno di aiuto e vedere di quale necessitano”, quindi organizzare trasporti e partenze nei vari paesi. “Praticamente sono tutto il giorno al telefono”, sussurra mentre chiude l’ennesima chiamata. Poi c’è il giro dei vaccini, il turno di notte, le varie visite in ospedale - “non si trova più una bambina, non so se stanotte dovrò andare a recuperarla dall’altra parte del confine” -, e partiamo in macchina per andare nel reparto di chirurgia, dove un ragazzo del Turkmenistan è ricoverato da circa una settimana. Viene da Kiev, anche lui: mentre scappa viene ferito da un colpo alla gamba ed uno al braccio, ma “i miei genitori non sanno che sono qui, non scrivere il mio nome”, mi dice.

Parliamo a fatica con un traduttore simultaneo mentre fuori il cielo ricomincia a buttare altra neve: ha 24 anni, i suoi amici sono in una casa qui vicino, il suo lavoro da tassista ormai lontano. Ricorda di aver avuto paura quando ha sentito il dolore penetrargli il corpo, schiacciarlo mentre fuggiva e invaderlo nel mentire ai genitori. “Penso che rimarrò per un po’ qui in Romania, non posso tornare indietro”. Florentina mi passa qualche numero da chiamare prima di scomparire nuovamente dentro il reparto, mi dice di fare attenzione, e che non ha importanza far sapere come lei si chiami, perché sta solo facendo il suo lavoro. Da una settimana dorme due, tre ore a notte, vede a malapena la famiglia, mangia quando il telefono non squilla: non può permettersi altro. Vasile Vlashin fa lo stesso. Lo vedi correre da una parte all’altra della frontiera con il telefono in mano, passando dall’inglese al romeno, fino ad arrampicarsi su qualche parola italiana.

La sua attività è coordinare i trasporti che partono dalla dogana verso tutte le destinazioni richieste: allora è necessario trovare gli autobus, i furgoni, gli autisti, le persone sparse in città negli alloggi, e far arrivare tutti nello stesso punto e alla stessa ora. Mentre sorpassiamo le montagne che segnano il confine con l’Ucraina, Vasile mi racconta dei problemi che stanno riscontrando con le autorità ungheresi alla frontiera. “Fanno di tutto per ostacolare il passaggio dei rifugiati”. Due giorni prima uno dei loro autobus viene bloccato alla dogana, la polizia se ne va, e non rimane nessuno ai controlli: “Sono tornati la mattina chiedendo i test covid, ma in pochi avevano il certificato verde”. Non gli chiedono il passaporto, né i documenti. “Hanno aspettato due ore, e con una seconda macchina della polizia si sono spostati di 30 km, a Kisvárda, dove una signora di sessantadue anni è morta”.

La strategia pubblica annunciata è quella dell’accoglienza, ma alla frontiera ungherese non funziona così. Vasile mi chiede quale sia il senso della burocrazia, del tempo, di tutto questo. “Te ne dico un’altra: non abbiamo abbastanza soldi per pagare il carburante. Le autorità romene hanno assicurato fondi per i rifugiati, ma ci servono ora, e ne avevamo bisogno già ieri. Non possiamo aspettare, dobbiamo trovare una soluzione per tutti. Dove sono questi soldi?”. Non lo so.

Anche le comunità e le associazioni religiose della zona si attivano subito. Arriviamo al Monastero di Petrova che sono le otto e mezza del mattino, su una strada ancora semi gelata con qualche randagio addormentato ai lati. “Putinpeace” è un progetto nato da un gruppo di artisti di Milano, cui scopo è raccogliere fondi per l’Ucraina vendendo opere di vario genere. Ci incontriamo alla frontiera, una storia tra Lambrate e Centrale tira l’altra, e partiamo insieme. Il Monastero è un punto in mezzo al bianco, nel silenzio: ci sono una decina di camere disponibili all’interno, con circa sei, sette persone dentro per ognuna, perché si cerca di accogliere tutti e in ogni modo. “Possono dormire una, due, tre, quante notti vogliono.

Restano quanto credono”, mi dice padre Agaton Oprișan, avvolto in un grosso vestito nero sollecitato dal vento. Saranno una quarantina gli ospiti presenti ora, molti dei quali senza una destinazione, poiché non tutti hanno appoggi in altri paesi. Padre Agaton lo vedi al confine che sbraccia da sinistra a destra: ogni giorno da Petrova scendono in quattro, attraversano la neve, e vengono ad organizzare i nuovi ingressi in struttura, così come le uscite. Arriva la colazione e vediamo le famiglie sedersi a tavola un po’ alla volta, qualcuno ha gli occhi ancora assonnati, altri ci osservano curiosi. La voce di Agaton rimbomba per tutta la sala quando ci presenta, ed ancora una volta le storie di mischiano, nonostante la diffidenza. Umberto Cofini, del collettivo, riconosce Miroslav, un ragazzo di sedici anni che il giorno prima ha passato la frontiera insieme alla madre Lilia e la sorella Maria. Sono seduti su delle panche al sole e sussurrano, guardano l’orizzonte, perché è l’unico punto sicuro che hanno di fronte: la casa è forse distrutta, non hanno una meta, un padre al fianco e dei soldi su cui contare.

Umberto si muove, gesticola, chiama, e Francesco Perruzzo, che lo accompagna insieme a Fabrizio Spucches, lo nota. “Emergency dice che possono prendersi carico di loro, partiamo domani con la macchina. Li porto con me”. Incappiamo nei documenti, in chiamate discordanti, nella Farnesina che non ci assicura che col confine ungherese ci facciano storie - “Signorina, io penso che non ci siano problemi. Ma se ce ne fossero?”. Emergency richiama Umberto, “non assicuriamo di poter prendere a carico i tre”, e senza la certezza di un tetto sopra la testa non si può partire. Blateriamo in italiano, in inglese, di benzina, di cosa fare, e ci prendiamo del tempo per riflettere. Poi arriva il via libera da Milano. Umberto torna a prendere i tre nel primo pomeriggio, paga l’hotel, li rassicura con un soffio di nervosismo: “Alle sei di domani partiamo”.

Chiudo le ultime chiamate del giorno, Seriozha Ruscovan passa da me alle ventitré scusandosi, è rimasto bloccato alla dogana per due ore. Si occupa di trasportare medicinali e cibo in Ucraina con circa tre viaggi alla settimana, avanti e indietro da Cluj-Napoca: mi racconta che il giorno dopo organizzerà una nuova spedizione con dei materiali oncologici per la clinica di Chernivtsy, l’unica ancora attiva nel paese. Ma manca l’energia, e deve trovare dei generatori al più presto, perché ci sono anche altre emergenze. “Non ti devo portar cose di cui non hai bisogno, ma quello che ti serve. Quindi mi devi dire quello che ti devo cercare”, conclude deciso, ricordando la prima conversazione avuta appena due settimane prima con il il direttore generale dell’Ivano-Frankivsk National Medical University. Lavora a livello locale: con la sua associazione ed il supporto dei Vigili del Fuoco elaborano un nuovo progetto, un call center dedicato solo all’emergenza Ucraina, in modo da velocizzare tutte le procedure, dal trovare una casa o un passaggio per spostarsi.

Seriozha è arrivato con Artem e Olga, due rifugiati che ha trovato sulla strada di ritorno e che per la notte ospiterà a casa sua. Gli occhi del bambino si chiudono mentre la nonna mi racconta, in un inglese stridente, che i genitori sono rimasti al fronte, e l’unica scelta era allontanarsi dal rumore delle bombe. Un suono così forte che quando Olga lo dice si tappa ancora le orecchie con le mani. Prima di salutarmi mi chiedono dove sarò i prossimi giorni, cosa farò, se ho già un posto dove stare. Me lo chiede ogni persona che incontro se ho un letto per dormire, come se il problema della casa fosse il mio. Realizzo concretamente quanto sia rassicurante avere un tetto che ti ripara dalla voce delle sirene, dal vento che ti strappa la pelle, dal rumore della guerra che si posa sulla neve. Così quando vedo avvicinarsi Miroslav, Lilia e Maria, penso a quanto possa essere assurdo trovarsi un ragazzo di ventotto anni che ti carica sulla sua macchina, ti stringe le spalle e ti dice che farà di tutto per portarti a casa. Non la tua, ma quella che può darti con i suoi mezzi. È ancora notte fonda, l’aria sembra quella di dicembre: c’è un giorno di viaggio, meglio non perdere tempo. La macchina si allontana, del fumo lascia una scia provvisoria. Sparisce.