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di Riccardo Maggiolo

huffingtonpost.it, 13 febbraio 2023

Intervista alla giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi: “Se di fronte ai crimini di guerra provati a conclamati, alle fosse comuni, a un’aggressione militare, non ci sarà una giustizia nazionale e internazionale, allora è evidente che da un’aspettativa delusa di giustizia possa nascere un pericoloso sentimento di vendetta”

Francesca Mannocchi, a che punto siamo coi diritti umani nel mondo?

Se parliamo di quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che è una delle conquiste più importanti del secolo scorso, credo che siamo di fronte a una crisi di credibilità di chi dovrebbe tutelare quei diritti e sanzionare chi li viola. Pensiamo alla Libia: se dopo numerosi rapporti delle Nazioni Unite, molto chiari e documentati sulle violazioni dei diritti umani che avvengono regolarmente in quel Paese, non seguono sanzioni che possano davvero essere attuate per fare pressione e modificare la condotta dei paesi e dei governi che non li tutelano, quello che è scritto, per quanto nobile, rischia di perdere autorevolezza.

Questa crisi di credibilità può anche trasformarsi in una crisi di legittimità di queste stesse istituzioni?

Il rischio esiste. Dobbiamo interrogarci su quanto davvero i diritti descritti dalla Dichiarazione del ‘48 siano oggi nelle condizioni di essere protetti e garantiti. Sono appena tornata dal campo profughi di Dadaab, al confine tra Kenya e Somalia. Fu creato nel 1991 dalle Nazioni Unite in via emergenziale, e ancora oggi ci sono persone che ci vivono, dopo 32 anni. Sono 350 mila persone che vedono spesso non garantiti diritti fondamentali, quali l’accesso all’istruzione, al lavoro, il diritto alla mobilità. È un classico esempio che mostra quanto la sovranità nazionale vinca sul rispetto dei diritti umani. Se questo accade, e accade spesso, allora l’intero meccanismo di tutela va ripensato.

È cambiato fondamentalmente lo scenario geopolitico che, nel secondo dopoguerra, consentì quella forte e condivisa dichiarazione di principi comuni?

Mi pare evidente. Intorno ai diritti umani si è innescato un meccanismo di veti e ricatti incrociati. Oggi negli equilibri tra le potenze internazionali sono sempre più influenti le cosiddette “democrature”: paesi come la Turchia con cui l’Europa continua a stringere accordi. Tra tutti quello del 2016, siglato affinché la Turchia controllasse di fatto il flusso di persone migranti verso l’allora emergenziale rotta balcanica. Un patto costato già sei miliardi di euro, e che ora ci pone in una condizione di drammatica ricattabilità.

La posizione occidentale risulta quindi contradditoria ed ipocrita agli occhi del mondo?

La sensazione è certamente quella di un doppio standard. Pensiamo all’Afghanistan. Per vent’anni l’Occidente ha cercato di promuovere dei diritti, quali quello all’istruzione o quello della rappresentanza politica, con l’inclusione di donne e minoranze in parlamento. Poi però, un giorno, ha mollato tutto, battendo la ritirata in maniera maldestra, senza alcun piano B, e soprattutto senza lasciare alcun perimetro a tutela di quelle piccole realtà che in quei diritti avevano creduto.

Ma al fondo c’è anche un problema culturale? Vale a dire la nostra convinzione che i nostri valori siano universali, quando non necessariamente lo sono?

Ritenere che quello che è libertà per noi sia libertà in assoluto è sempre un grande errore. Così come pensare che i nostri tempi di acquisizione e difesa dei diritti debbano dettare il ritmo a tutti. Un errore che svuota il valore della parola “autodeterminazione”. Perché è chiaro che non possiamo rispettare questo concetto solo quando si esprime in forme a noi prossime. Guardiamo di nuovo all’Afghanistan: dal loro punto di vista i talebani hanno vinto la guerra contro l’esercito americano e contro gli alleati: gli “invasori”. C’è una fetta della popolazione afgana che ha sostenuto e continua a sostenere i talebani, nonostante la drammatica crisi umanitaria che vive il Paese, al suo secondo inverno di freddo, fame e povertà. Su questo credo che l’Occidente debba interrogarsi con più razionalità, e capire quante responsabilità abbiamo dopo vent’anni di guerra nel non aver capito una cultura e le tradizioni di un paese così profondante diverso da noi.

Se i governi non sembrano in grado di difendere davvero i diritti umani, possono farlo le organizzazioni umanitarie?

Le organizzazioni umanitarie svolgono un ruolo fondamentale, preziosissimo in luoghi al centro dell’attenzione mediatica e anche, soprattutto, in luoghi dimenticati dalla cronaca. Il problema è la gestione delle crisi croniche. Lo si vede anche nel recente terremoto in Turchia e Siria: subito si attiva una macchina di aiuti internazionale, e con grande afflato e orgoglio si cerca di dare una mano con l’invio di generi di conforto e unità di supporto. Ma poi, quando finisce il tempo delle tende, del primo soccorso, dei pacchi alimentari, sembra che i governi siano incapaci di leggere gli eventi, sviluppare progetti di lungo e medio periodo, prevedere le crisi di domani.

Questa logica emergenziale rischia anche di innescare una “vittimizzazione” delle persone che hanno bisogno di aiuto?

Sì. Raccontare le persone come vittime produce due distorsioni. Anzitutto una asimmetria per cui chi aiuta si pone in posizione superiore, quasi dominante, che impedisce all’altro di essere davvero indipendente. In secondo luogo, induce una sorta di distacco e rassicurazione, perché dà la sensazione che quello che è capitato all’altro - ritenuto vittima - non accadrà mai a chi lo aiuta. Una cosa che mi hanno insegnato le persone in guerra è che non vogliono essere descritte come vittime: vogliono giustizia. Non vogliono essere accompagnate nel lutto e nella sofferenza: vogliono che chi ha sbagliato paghi.

Un discorso, questo, che si potrebbe applicare anche all’Ucraina?

Certamente. Se di fronte ai crimini di guerra provati a conclamati, alle fosse comuni, a un’aggressione militare, non ci sarà una giustizia nazionale e internazionale, allora è evidente che da un’aspettativa delusa di giustizia possa nascere un pericoloso sentimento di vendetta. Credo che se riuscissimo a essere più capaci di preservare e amministrare la giustizia allora riusciremmo anche a fermare alcune spirali di violenza e di conflitto che poi nel tempo diventano quasi insanabili.

Spirali che aumentano la distanza tra questi luoghi e il cosiddetto “Primo mondo”. Il tema della disuguaglianza è quindi sempre più centrale?

Sì, credo che sia un tema che rompe le barriere e i confini. In particolare coinvolge le nuove generazioni, che sono generalmente post-ideologiche. Lo si vedeva già in diverse manifestazioni in Medio Oriente e Nord Africa nel 2019: proteste in cui il filo conduttore era la lotta alla corruzione e in favore della redistribuzione della ricchezza. Mi ha colpito molto vedere nelle piazze di Beirut le persone manifestare senza bandiere, cioè senza affermare appartenenze religiose o etniche. Persino in un Paese così settario come il Libano il tema oramai più sentito è quello della disuguaglianza di risorse e di opportunità.

Dovremmo allora raccontare più le nostre somiglianze delle nostre differenze?

Il “noi” e “loro” è un approccio che cerco di evitare. Provo invece a far sì che le storie personali diventino parte e tessitura della Storia con la “S” maiuscola; che vadano quindi oltre un livello intimo, magari anche empatico, che però si dissipa rapidamente. La domanda che vorrei innescare nel pubblico è “Cosa farei io se fossi nella stessa condizione?”; “Cosa farei se avessi i carri armati sotto casa?”; “Cosa farei se cadesse un missile sulla scuola di mio figlio?”.

Si può così anche comunicare e portare speranza?

Col mio lavoro non cerco di portare speranza, ma consapevolezza. Quello che mi piacerebbe uscisse dai racconti che faccio è la comprensione del contesto, dello scenario. Il mondo si gestisce meglio conoscendolo.