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di Ilaria Venturi

La Repubblica, 4 ottobre 2022

L’intervista al presidente della Cei: “Trent’anni fa, a Sant’Egidio, fu firmata la pace in Mozambico dopo 17 anni di guerra civile. È un esempio da seguire”. Sembrava letteralmente impossibile dopo 17 anni di guerra civile, migliaia di morti, 4 milioni di profughi. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ricorda la difficilissima trattativa per arrivare alla pace in Mozambico, 30 anni fa. Cade oggi l’anniversario della storica firma per il cessate il fuoco tra l’allora presidente del Mozambico, Joaquim Chissano, e il leader della guerriglia, Afonso Dhlakama. Inevitabile il richiamo al conflitto in Ucraina dove il muro che impedisce la pace è sempre più alto, mentre Zuppi continua a crederla possibile: “L’unica vittoria è la pace”.

Eminenza, il 4 ottobre del 1992 lei fu protagonista, da sacerdote, di quell’accordo siglato nei locali di Sant’Egidio a Trastevere. È la dimostrazione che la strada verso la pace è percorribile e può essere realistica anche nel conflitto in Ucraina?

“Nel caso del Mozambico le negoziazioni durarono circa due anni. Entrambe le parti vollero realmente affrontare il problema e la Comunità di Sant’Egidio mediò il dialogo, perché è fondamentale un luogo neutrale. Non c’è una formula, però, ogni situazione è diversa. Bisogna disinquinare dall’odio, dalle speculazioni, dalla logica dei torti e delle ragioni, per trovare una grammatica comune, magari con le garanzie internazionali necessarie. Ma quella firma ha comunque rappresentato la fine della pandemia che aveva sconvolto il Paese per troppi anni, e ha il valore oggi di una grande indicazione. Ricordarlo ci fa accorgere della violenza che colpisce tanti Paesi e ci fa credere che la pace è sempre necessaria, ma anche sempre possibile”.

Non ha mai vissuto in quella negoziazione momenti bui, come quelli attuali nell’escalation Russia-Ucraina?

“Ci sono stati momenti di grandi difficoltà dovuti a logiche totalmente divergenti, la pace più volte è sembrata impossibile perché la logica era soltanto quella delle armi, una logica che non portava a nessuna vittoria e a nessuna sconfitta, ma alla paralisi del paese. A differenza dell’Ucraina dove si può pensare, erroneamente, che la pace sia data dal vincere la guerra con le armi, in Mozambico non c’era l’ipotesi di una vittoria militare: la pace era l’unica via possibile. Non è stato facile comunque tessere la via del dialogo, che richiede tempo e attenzione. Però è sempre possibile, bisogna crederci con forza. Noi fin dall’inizio abbiamo creduto che il denominatore comune fosse l’appartenenza all’unica famiglia mozambicana”.

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“Non ho avuto ancora occasione di parlare con il cardinale Parolin. L’importante è capire che il primo passo per la pace può sembrare il più rischioso, ma è quello che porterà alla vera vittoria: la pace nella giustizia. Il Papa ha chiesto a Putin di fermare la spirale di violenza e di morte e a Zelensky di prendere in considerazione serie proposte di pace. Si tratterà di trovare la via giusta di composizione. Lo ha ricordato l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger: un dialogo, anche solo esplorativo, è essenziale in quest’atmosfera di guerra e nucleare. Ecco. oggi in Ucraina c’è bisogno di avviare il dialogo: fosse anche solo esplorativo, ma va avviato”.

Il grido di Papa Francesco contro la minaccia nucleare è appena risuonato potente...

“La grande domanda è che cosa dobbiamo aspettare, forse un’altra tragedia delle dimensioni dell’atomica per fermarci? La guerra ha una logica geometrica terribile, impone l’idea che la verità non esiste più e che non puoi tornare indietro. Questo è l’inganno del male che ti irretisce e ti trascina in un disegno di morte. Urgente è bloccare l’escalation, non possiamo permettere che l’uso di armi nucleari diventi convenzionale, che si normalizzi. In questo devono giocare un ruolo gli organismi internazionali. Bisogna ricreare nuova fiducia nella composizione pacifica e nel controllo internazionale su eventuali accordi, fiducia che ora non c’è”.

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“Il grido di vita e di pace delle vittime non viene ascoltato dagli uomini, perché si abituano, lo mettono a tacere, pensano che riguardi altri. Le vittime ci ricordano, invece, che quello che è successo a loro può accadere anche a noi, perché non succede sempre agli altri. Il fratello di uno dei martiri di Marzabotto, don Ubaldo Marchioni, ha sempre parlato di perdono: altrimenti, diceva, si diventa uguali a quei tedeschi che ammazzavano per odio, pregiudizio, intossicazione ideologica. Non dobbiamo mai diventare così, altrimenti cominceremo a odiare pure noi”.