di Stefano Stefanini
La Stampa, 18 febbraio 2022
La schiarita sui cieli ucraini è durata poco. Non faceva i conti con la rigidità degli inverni russi. Pur ben messo in scena dal Cremlino il ventilato cambio di direzione dei giorni scorsi, dalla minaccia di guerra al negoziato, richiedeva due cose, entrambe non avvenute: un qualche allentamento della morsa militare intorno all’Ucraina; l’ingaggio della Russia nel dialogo diplomatico offerto da Usa e da Nato - uscendo dalla conversazione fra “un muto e un sordo” di cui Sergei Lavrov aveva irriso l’omologa britannica Liz Truss.
Sul terreno, del preannunciato ritiro di truppe russe non c’è traccia; semmai il contrario. In diplomazia, Mosca ha alzato i toni del confronto, Quel che è peggio li ha allargati ad una rivalità con Stati Uniti e Occidente che era sepolta sotto le macerie della guerra fredda. La crisi ucraina l’ha riportata a galla. Kiev è involontario ostaggio di questa sfida russa a Usa, Nato e Ue. Che devono tenervi testa senza sacrificare l’Ucraina, senza guerra e senza cadere in una riedizione di un confronto Est-Ovest che oggi porterebbe solo acqua alla Cina.
La leva principale dell’Occidente sono le sanzioni. Ne hanno parlato ieri i leader Ue. Sono un deterrente il cui scopo - come l’arma nucleare - è di non essere usate. Ma devono essere pronte all’uso. Come ha osservato il Presidente del Consiglio è questa la forza dell’Ue nei confronti della Russia. Mario Draghi ha poi toccato l’altra fondamentale difesa di cui hanno bisogno l’Italia e l’Europa: la resilienza contro attacchi informatici, interferenze nella politica e manipolazioni dell’informazione che hanno raggiunto, ha detto, un livello allarmante. Chiarissimo.
Il segnale più negativo di ieri non è il mancato ritiro di truppe. Sarebbe comunque stato simbolico. Preoccupa molto di più la risposta alle proposte americane e Nato. Nella sostanza è quanto ci si aspettava: un “assolutamente non basta” condito da interesse per negoziati sul controllo armamenti, a partire dai missili nucleari a medio raggio (Inf). Fin qui tutto nella norma. Come premessa al dialogo, che la Russia ribadisce di volere, la risposta ha però due grosse tare. Primo, la minaccia di misure “tecnico-militari’ nel caso le garanzie di sicurezza richieste dalla Russia non siano accettate. Questo significa che, al di là dello scacchiere ucraino, Mosca è pronta a mettersi di traverso sulla sicurezza europea e, presumibilmente, in altre aree, come sta facendo in Libia e in Mali.
Secondo, la risposta russa è stata immediatamente resa di pubblico dominio. Quella americana non lo era. Così facendo Mosca dimostra di voler mettere in scena un negoziato non di volerlo fare. Un negoziato serio, specie su temi complessi come quello del controllo armamenti, non si fa a colpi di dichiarazioni. Si fa scambiandosi proposte, anche divergenti, poi sedendosi a un tavolo. Riservatamente. Infine, ciliegina sulla torta servita ieri dal Cremlino, l’espulsione del numero due dell’ambasciata americana a Mosca, Bart Gorman. Un calcio nello stinco appena prima di entrare in campo?
Per quanto importante sia l’Ucraina per la Russia, e per Vladimir Putin in particolare, il vero oggetto del contendere sono le ben più profonde rimostranze russe sugli equilibri stabilitisi in Europa dopo il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss - che, vale la pena ricordarlo, fu suicidio autoinflitto. Putin ha praticamente già incassato il non ingresso di Kiev nella Nato. Non si accontenta. Ha il merito di dirlo apertamente. Per l’Occidente il problema diventa adesso di trovare un punto di caduta che stabilizzi il confronto, eviti lo scontro militare e getti le basi di una sicurezza europea “indivisibile” per tutti, per la Russia come per l’Ucraina. La via per una soluzione diplomatica, auspicata ieri dal Ministro Di Maio in visita a Mosca, esiste ma è un sentiero stretto e tortuoso - e, da ieri, di nuovo in salita.









