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di Lucetta Scaraffia

La Stampa, 19 marzo 2022

Nell’elenco purtroppo sempre più numeroso dei mali causati dalla guerra in Ucraina ne è stato aggiunto un altro: non è definito, ma pare comunque alto il numero dei neonati nati da donne che hanno fornito l’utero in affitto e che - a causa prima del Covid e poi della guerra - non hanno potuto essere, diciamo così, ritirati dai committenti. Per di più, ci sono donne - circa 500 - in attesa di partorire bambini su commissione che non si sa che fine faranno. Alcuni dei neonati, si sa, sono finiti in orfanotrofio o in certi casi portati via dai russi, ma comunque il loro recupero sembra quanto mai improbabile.

Poveri piccoli innocenti. Siamo sicuri però che la responsabilità di tanto strazio sia solo della guerra, o della pandemia? Non vogliamo proprio vedere che questi bambini, più che come esseri umani, sono stati trattati fin dal progetto come merce, che - proprio come può succedere per le merci - gli acquirenti ora non sono in grado di ritirare? Succede per tanti prodotti, lo sappiamo, e vengono mandati al macero o, se qualcuno li compra, svenduti. La sorte di questi poveri innocenti rivela cosa è veramente la pratica dell’utero in affitto, che si cerca sempre di velare con penose giustificazioni, descrivendola come aiuto a chi non può avere figli, come dono di una donna a un’altra. In realtà è uno spietato mercato che coinvolge donne povere pagate da donne e uomini ricchi, con la mediazione di società che lucrano sullo scambio, e che in questo momento non funzionano più, spazzate dai malanni della storia. Da una parte bambini abbandonati e finiti chissà dove, dall’altra donne incinte di figli che non sono loro, prodotti da vendere, che per riuscire in questa impresa sono state imbottite di ormoni, mettendo in pericolo la loro salute, e che ora non sanno che fine farà il frutto del loro corpo. Ma che comunque, con questo piccolo che hanno tenuto, o forse tengono ancora oggi, in pancia, hanno un rapporto, anzi un legame indistruttibile.

Sarà dura, per chi vuole legittimare la pratica dell’utero in affitto, continuare a descriverla come un dono grazioso che arriva attraverso uno scambio sicuro. Quanto sta accadendo in Ucraina mette a nudo la crudeltà e la pericolosità di questa compravendita. Rimane ancora una domanda: perché anche in Italia si ricorre sempre più spesso a questa mercificazione della gravidanza? Sappiamo che il crollo delle nascite nel nostro paese non è dovuto solo a una mancanza di volontà da parte dei possibili genitori, ma anche - e in misura non certo trascurabile - alla crescita costante della sterilità. Una delle ragioni principali di questa sterilità è l’età avanzata alla quale le donne decidono di mettere al mondo un figlio, spesso anche illuse da una falsa onnipotenza esibita dalle tecniche di inseminazione assistita. Invece in Ucraina, non solo le donne che vendono l’utero sono giovani, ma in generale, come vediamo dalla composizione della massa di profughi che si sta riversando in Europa, il Paese rigurgita di bambini e di giovani mamme. Le donne ucraine sono sicuramente più povere delle italiane, di sicuro come quelle italiane vogliono affermarsi nel mercato del lavoro, e non possiamo certo credere che gli asili nido abbondino lì più che in Italia. È lecito quindi domandarsi: perché fanno i bambini da giovani, e al tempo stesso affrontano le difficoltà economiche e lavorative relative alla maternità? Le donne ucraine ci fanno capire che la spinta a fare figli non viene dalla sicurezza economica, dall’efficienza dei servizi (anche se beninteso queste sono tutte cose utilissime che non ci si deve stancare di chiedere): il boom delle nascite da noi c’è stato nei duri anni del dopoguerra e anche durante la guerra esse non sono mancate. I bambini nascono quando c’è voglia di futuro e di speranza, soprattutto quando si pensa che i rapporti umani valgano di più di un livello maggiore di benessere, di un successo nel mondo.

I poveri bambini dispersi dal mercato degli uteri in Ucraina sono le vittime della nostra incapacità, - di noi che abitiamo in questa parte del mondo - di accettare il sacrificio che comporta avere dei figli da giovani, della nostra illusione che anche le coppie dello stesso sesso possono generare dei figli. Sono vittime della nostra idea utopica di potere piegare la vita come ci pare e piace senza tenere conto delle realtà più elementari. Sono vittime innocenti dell’utopia e di una distorta idea dei diritti individuali. Del loro triste destino siamo tutti noi a portare la responsabilità.