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di Luigi De Biase

Il Manifesto, 24 maggio 2022

Uccisi il 24 maggio 2014 dall’esercito ucraino nel Donbass, sono stati testimoni di una “guerra nuova”. Ora che la guerra è di nuovo a Kramatorsk, a Slovyansk, a Kostantinovka, sembra quasi di tornare al 2014, che per alcuni versi rappresenta l’origine o quantomeno una delle ragioni di quel che accade adesso. Anche allora era maggio. Nella vicina Donetsk avevano votato un referendum per l’indipendenza dall’Ucraina dopo la rivolta che era costata la fuga da Kiev all’ex presidente Viktor Yanukovich e dopo una serie di fatti inquietanti come il massacro al Palazzo delle professioni di Odessa.

Su quelle tensioni abbondantemente oltre la norma la Russia da mesi stava proiettando le sue fobie e le sue mire. A Donetsk l’aeroporto aveva chiuso per ragioni di sicurezza. La sede del governo era occupata. Attorno alla città cominciavano gli scontri fra le truppe regolari, impegnate in una operazione antiterrorismo, e squadre di volontari messe insieme dai separatisti. Kramatorsk, Slovyansk e Kostantinovka rappresentavano il fronte di una nuova guerra, un fronte anomalo e quindi ancora più pericoloso. Gruppi paramilitari. Colpi di artiglieria sui villaggi e sulle case. Sparatorie intermittenti, qualche agguato, qualche regolamento di conti. Lungo quelle strade, quella primavera, hanno passato i loro ultimi giorni il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli e l’attivista russo Andrei Mironov, uccisi il 24 maggio dall’esercito ucraino a pochi passi da uno scambio ferroviario nei pressi di una collina chiamata Karachun, sulla quale erano appostati reparti della guardia nazionale e della 95esima brigata. In cima alla collina aspettavano, forse, un’incursione nemica. Hanno sparato su giornalisti inermi. Raffiche di mortaio per quaranta minuti, tiri precisi, sinché li hanno centrati, nascosti a ripararsi in un canale.

Nel Donbass Rocchelli e Mironov erano arrivati per testimoniare quel che accadeva ai civili a ridosso del fronte, senza pregiudizi, senza retorica. Ancora oggi le loro morti restano impunite. Eppure le autorità del nostro paese hanno avuto a disposizione otto anni e tutti gli elementi possibili per domandare la verità ai governi che in questo tempo si sono succeduti a Kiev.

Nel 2017 i carabinieri del Ros di Milano hanno arrestato un uomo della guardia nazionale di nome Vitaly Markiv con doppio passaporto, italiano e ucraino. Due anni più tardi il Tribunale di Pavia lo ha condannato a ventiquattro anni di carcere in primo grado per il ruolo nel duplice omicidio. Il procedimento è stato segnato da una pesante campagna in Ucraina contro il sistema giudiziario italiano e da significative interferenze che hanno avuto come regista un ex ministro dell’Interno, Arseny Avakov, legato agli ambienti ultranazionalisti. La Corte di Appello di Milano ha confermato nel 2020 la ricostruzione che aveva condotto alla condanna di Markiv. Eccependo, tuttavia, sulle deposizioni di otto commilitoni dell’uomo, deposizioni che i giudici di Appello hanno ritenuto “non utilizzabili”. Gli otto dovevano essere sentiti “alla presenza di un difensore” dato che potevano esistere “fin dall’inizio della loro deposizione, indizi di correità”. La Corte non ha ordinato nuovi esami.

Di conseguenza Markiv è stato scarcerato “per non avere commesso il fatto”. La sera stessa ha fatto ritorno a Kiev su un volo di stato con l’ex ministro Avakov. In patria lo hanno accolto come un eroe. Prima dell’invasione russa, al ministero dell’Interno, si occupava dei rapporti fra l’Ucraina e le strutture della Nato. La Cassazione lo ha assolto in via definitiva da ogni accusa lo scorso dicembre.

Ulteriori elementi circa le responsabilità ucraine li ha portati, poi, un’inchiesta realizzata mesi fa per il settimanale L’Espresso e per RaiNews da tre giornalisti italiani, Andrea Sceresini, Giuseppe Cataldi e Giuseppe Borello, che sono riusciti a raccogliere la testimonianza di un ex militare della 95esima brigata appostato sulla collina Karachun al momento dei fatti. L’ordine di sparare su Rocchelli e Mironov, secondo il testimone, sarebbe partito dal generale ucraino Mikhailo Zabrodksyi, che dopo il 2014 è diventato parlamentare e ha fatto a lungo parte del gruppo di amicizia Italia-Ucraina. Una nuova guerra rischia adesso di cancellare per sempre le ultime speranze di ottenere giustizia.