di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 24 febbraio 2024
Nessuno, finora, è riuscito neanche ad avviare un negoziato per porre fine alla guerra. Non la Cina, non l’India. Inutili i tentativi anche della Turchia, del Vaticano, dell’Arabia Saudita. Due anni senza pace. Due anni di tentativi diplomatici falliti. Nessuno, finora, è riuscito neanche ad avviare un negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina. Non la Cina, non l’India. Inutili i tentativi anche della Turchia, del Vaticano, dell’Arabia Saudita.
Per molti mesi americani ed europei hanno puntato sui cinesi, sulla base di un ragionamento lineare: l’aggressività di Vladimir Putin mette a rischio la stabilità dei mercati e del commercio mondiale; anche Pechino, quindi, si muoverà per frenare l’armata russa. Il presidente Joe Biden ha sollecitato più volte Xi Jinping a fare pressione su Mosca. Non ha ottenuto nulla se non parole vuote. Come il “piano in dodici punti” presentato dallo stesso presidente cinese, il 24 febbraio 2023. Il primo paragrafo era ineccepibile: “va rispettata la sovranità di tutti i Paesi”, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Peccato che, allo stesso tempo, Xi non chiedesse a Putin di sgomberare il territorio occupato illegalmente. In ogni caso, nel concreto, Xi Jinping non ha fatto niente per favorire una vera trattativa tra Mosca e Kiev. Anzi ha continuato a sostenere economicamente il Cremlino. La Cina, come riassume un diplomatico europeo, “sta in campana”. Osserva, monitora, ma se l’Occidente è in difficoltà, non si muove.
L’altro bruciante disinganno si chiama India. Nel 2023 il grande Paese guidato da Narendra Modi ha assunto la presidenza del G20, il gruppo di Stati che tiene insieme gli americani, gli europei, ma anche Russia e Cina. Modi aveva assicurato a Biden e a diversi capi di Stato e di governi europei, tra i quali Giorgia Meloni, che si sarebbe impegnato per arginare i russi. Ma anche in questo caso sono arrivate solo innocue dichiarazioni. Basta rileggere il comunicato finale del vertice del G20 a Nuova Delhi, del 9 settembre 2023: disappunto per la guerra in Ucraina, ma senza mai citare la responsabilità di Putin. Il contributo di Modi alla distensione è stato vicino allo zero. Ben diversa la contabilità degli affari con Mosca. Un solo esempio. Nel 2023 l’India ha assorbito il 26% delle esportazioni di petrolio russo, moltiplicando per venti volte il volume degli acquisti rispetto al 2021. Il governo indiano non solo ha ignorato le sanzioni, ma ha colto l’occasione per inserirsi vantaggiosamente nel vuoto di mercato lasciato dagli europei. Tutto legittimo, per carità. Così come è legittimo pensare che le conseguenze della “guerra europea” non dispiacciano a Modi.
Nel frattempo si sono disperse altre piste. L’Onu è rimasto da subito paralizzato dai veti di Russia e Cina. Il Segretario generale Antonio Guterres è riuscito a mettere in campo una sola iniziativa: aprire un corridoio marittimo per l’esportazione dei cereali ucraini. In quel caso è stato decisivo l’intervento di Recep Tayyip Erdogan. L’azione del presidente turco, però, è stata ambigua, ondivaga: sì alla fornitura di droni a Kiev; no alle sanzioni contro la Russia. Una politica inservibile per accreditarsi come mediatore davvero credibile.
Non ce l’ha fatta neppure il Vaticano. Il 30 aprile 2023 papa Francesco annunciava l’avvio di una missione di pace. Un mese dopo il cardinale Matteo Zuppi si presentò a Kiev, dove incontrò Zelensky. Poi tappe a Mosca, Washington e Pechino. Ma, purtroppo, con scarsi risultati. Impossibile innescare il dialogo tra Zelensky e Putin. Zuppi si è concentrato, comunque, su due temi importanti: la restituzione dei bambini ucraini deportati in Russia; lo scambio di prigionieri.
Infine ecco Mohammed Bin Salman, nuovo e intraprendente protagonista del gioco diplomatico mondiale. Il 5 e 6 agosto, il principe ereditario dell’Arabia Saudita convoca a Gedda una conferenza cui partecipano i rappresentanti di 38 Paesi, compresi Cina e India. Ancora una volta tutti riconoscono il principio “sull’inviolabilità dell’integrità territoriale”. Ma, ancora una volta, la diplomazia non riesce a fare breccia. Dopo due anni il mondo resta senza reti di protezione, senza una traccia che possa portare alla pace.











