di Iuri Maria Prado
Libero, 2 novembre 2020
Senza prove, il tribunale di Pavia inflisse 24 anni di carcere a un militare ucraino. Sull'accusa di aver ucciso il fotoreporter hanno pesato le motivazioni ideologiche. Un soldato ucraino con cittadinanza anche italiana, Vitaly Markiv, è stato condannato a ventiquattro anni di prigione per l'assassinio, nel 2014, del giornalista Andrea Rocchelli. La difesa, sostenuta dall'avvocato Raffaele Della Valle, già difensore di Enzo Tortora, sostiene che la condanna è stata inflitta senza il conforto di prove appaganti.
La Federazione Nazionale della Stampa, che si è costituita parte civile perché con l'uccisione di Rocchelli sarebbe stato violentato il diritto all'informazione dei cittadini, si è compiaciuta di quella sentenza perché un omicidio è stato punito, e pace se l'obiettivo del processo - di qualsiasi processo - non è ottenere una condanna ma accertare i fatti e le responsabilità che la giustificano.
Rocchelli è rimasto ucciso nel conflitto tra separatisti filo-russi e l'esercito regolare ucraino.
Il fatto è avvenuto nei pressi di una collina dove l'accusa ha collocato Markiv il quale, da mille ottocento metri di distanza, avrebbe identificato Rocchelli e gli altri con lui e, da soldato semplice, avrebbe ordinato il fuoco dei mortai che infine ha ucciso i poveretti. Nessuno ha visto Markiv sparare. Nessuno ha spiegato come potesse discernere da quella distanza che si trattava di quei giornalisti. Nessuno ha chiarito come un militare di basso rango possa assumere la regia di un'operazione con l'uso di armi pesanti.
Ci si è concentrati su altro. E cioè sulla vera o presunta impostazione ideologica di Markiv, un fascista punto e basta. Su fotografie che lo ritraggono in pose spavalde o in altre dove compare qualche simbolo nazista. Ancora, è stato dato notevole rilievo al profilo ultranazionalista di Markiv, e al fatto che la sua vicenda è stata vissuta con partecipazione e solidarietà da parte di ambienti di destra.
Una buona quota di queste circostanze, pur chiaramente irrilevanti per giustificare una condanna per omicidio, è finita nel calderone motivazionale della sentenza pavese che ha chiuso il primo grado del giudizio con quella forte sanzione.
Può compiacersene la burocrazia sindacale della stampa corporata che scambia un'aula di giustizia per un'agenzia di rivendicazione socio-politica, così come il garantismo progressista che fa il suo manifesto sul nazista che ammazza il reporter democratico: ma il diritto sta da un'altra parte, e si spera che il giudizio di appello sappia riconoscerlo.










