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di Antonio Esposito

Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2022

Il 12 agosto il presidente del Tribunale di Roma ha sospeso per sei mesi, a partire dal 15 ottobre, le udienze collegiali relative ai procedimenti per omicidio, criminalità organizzata, rapine, estorsioni aggravate ed altri reati, motivando tale provvedimento con la scopertura del 14,5% dell’organico dei magistrati in servizio. Il provvedimento che non ha precedenti, è stato definito, dall’ex presidente dell’Anm Eugenio Albamonte, “singolare” e ha suscitato vivaci proteste da parte dell’Avvocatura che ha annunciato ricorso per chiederne le revoca.

Certo è che il provvedimento - in attesa che su di esso si pronuncino il Consiglio giudiziario e il Csm - suscita non poche perplessità circa la sua ammissibilità, atteso che i casi di sospensione del procedimento penale previsti dal codice - (art. 3: “questioni pregiudiziali”; art. 41: “ricusazione”; art. 47: “rimessione”; art. 71: “incapacità dell’imputato”; art. 344: “autorizzazione a procedere”) - sono tassativi.

In ogni caso, il decreto in questione ha nuovamente messo in risalto la drammatica, perdurante situazione in cui versano i tribunali italiani e che dimostra la inutilità delle “mini riforme” - (ivi compresa la recente “riforma Cartabia”, quasi tutte ispirate da magistrati ritenuti, non si sa bene perché, veri e propri “Soloni” del diritto) - che non hanno inciso in maniera strutturale su quel “mostro” giuridico costituito da un processo penale lento, macchinoso, creato dal pessimo legislatore del 1988, causa prima, indiscutibile del cattivo funzionamento della giustizia e degli incredibili, inaccettabili ritardi nella definizione dei processi.

Senza voler procedere - (come è auspicabile, ma non avverrà mai) - allo stravolgimento completo di quel perverso sistema processuale, un intervento strutturale, idoneo a rendere più celeri i processi, poteva e doveva essere quello di eliminare l’udienza preliminare e, cioè, quella udienza c. d. “filtro” che si è dimostrata del tutto inutile e che, soprattutto nei processi complessi, allontana non di poco la data di inizio del dibattimento.

L’udienza preliminare è, infatti, la vera “strozzatura” del processo che si pone tra la chiusura delle indagini e l’inizio del giudizio. Essa è, da un lato, inutile perché l’80% delle richieste del pm viene accolto mentre il residuo 20%, costituito da sentenze di non luogo a procedere, viene di regola annullato dalla Cassazione, e, dall’altro, dannosa sia perché avviene a distanza di anni dall’inizio delle indagini sia perché ritarda, anche di anni, l’inizio del dibattimento, così favorendo il maturarsi della prescrizione che, in quindici anni, ha portato alla estinzione di due milioni di processi, così come favorirà il verificarsi della gattopardesca “improcedibilità del processo” (!!) prevista dalla pseudo riforma Cartabia.

Sarebbe stato, altresì, necessario modificare, con la massima urgenza, l’art. 194 dell’ord. giud. elevando ad almeno 5 anni la permanenza minima dei magistrati nello stesso ufficio giudiziario, (attualmente di tre, riconfermati anche dalla “pseudo riforma Cartabia”), in maniera da procrastinare i continui trasferimenti, soprattutto dei magistrati di prima nomina che aspirano a ritornare nelle regioni di provenienza o ad essere trasferiti in uffici giudiziari più importanti, trasferimenti che hanno un effetto devastante sulla durata di definizione dei processi penali perché essi comportano una serie continua di rinvii dei processi per il “congelamento” dei ruoli di udienza del magistrato trasferito, e, quasi sempre, tardivamente sostituito dal Csm a distanza di mesi, se non di anni. Sul punto, sarebbe utile conoscere l’opinione del Csm e della Anm e sarebbe interessante verificare la percentuale di incidenza dei rinvii dei processi determinati dal trasferimento dei magistrati giudicanti (verifica che darebbe, sicuramente, esiti davvero sorprendenti).

In questo totale disastro della giustizia, non sarebbe inopportuna una nota di trasparenza: l’emanazione di una norma che renda possibile ai cittadini, tramite una opportuna piattaforma accessibile a tutti, conoscere il lavoro svolto nel tempo (un mese, un anno, ecc.) da ciascun magistrato e, quindi, il numero dei provvedimenti adottati (sentenze, ordinanze, decreti, numero delle udienze, ecc.) e i tempi impiegati per adottarli.

Sarebbe in tal modo possibile accertare se talune critiche sulla laboriosità dei magistrati e sui tempi di emanazione dei provvedimenti siano o meno fondate.