di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 26 novembre 2020
Non siamo alla paralisi di marzo, ma anche la seconda ondata del Covid sta mettendo a dura prova un organismo fragile come la giustizia italiana. Mentre il processo amministrativo regge con il ripristino delle udienze da remoto, penale e civile hanno ridotto l'attività. Udienze rinviate fino a un anno e mezzo, arretrato che si accumula. Ieri hanno protestato i penalisti.
A Napoli contro la prenotazione obbligatoria via mail per accedere in tribunale. A Milano contro la celebrazione, introdotta dal decreto ristori bis, di processi di appello con scambi di memorie scritte (senza udienza) e camere di consiglio da remoto (giudici a casa, via web). In realtà in questa fase la linea Bonafede non dispiace agli avvocati: in primo grado no al processo da remoto, in appello e Cassazione solo con consenso delle parti. Però si oppongono alle camere di consiglio da casa, "mentre i giudici girano il sugo" è la battuta più in voga, anche tra magistrati.
Per due motivi: violazione della segretezza e sentenza sostanzialmente affidata a un solo giudice, perché nel penale il fascicolo è ancora cartaceo ed è impossibile farne più copie. Più delusi i magistrati. Temono i contagi perché distanziamento e sanificazione funzionano nelle aule, ma non negli spazi comuni dei tribunali. Nell'ultimo incontro con il ministro la Anm ha chiesto, invano, più processi da remoto. Anche in primo grado, dove talvolta le discussioni durano dieci minuti tra requisitoria e arringa. E senza consenso degli avvocati.
Ma c'è la resistenza dei sindacati dei cancellieri, che rifiutano le mansioni di assistenza informatica. Accessi, verifiche, collegamenti, malfunzionamenti delle piattaforme sono tutt'altro che un clic, soprattutto nei processi con molte parti. Peraltro ai cancellieri, per ragioni di sicurezza informatica, è vietato lavorare da remoto anche se in smart working.
Di pc abilitati ne sono arrivati alcune migliaia, ma ne servirebbero almeno il doppio. Ancor più complicata la situazione nel civile. Delle tre modalità di udienza previste, due sono problematiche. L'udienza fisica richiede un'aula adeguata, ma le stanze dei giudici civili lo sono raramente. I medici responsabili della sicurezza nei tribunali individuano spazi che rispettano le norme sanitarie.
A Torino, per dire, due aule per tutti. Per molti processi appuntamento a fine 2021. L'udienza da remoto ha altre controindicazioni: nei tribunali i computer dei giudici sono generalmente sprovvisti di webcam, per non dire del traballante wifi. Per cui i magistrati hanno chiesto di poter svolgere le udienze da casa. Dove però c'è il problema del fascicolo ormai digitale. Non potendo stampare migliaia di pagine, studiarle su un pc portatile è scomodo.
Quanto sia sentito il problema è testimoniato dal fatto che le parcelle degli avvocati sono maggiorate del 30% se negli atti inseriscono i collegamenti ipertestuali, evitando al giudice di dover cercare decine di file. Gran parte delle udienze, quindi, si svolge in modalità "figurata": vengono fissate una data e un'ora (talvolta anche a mezzanotte) ma in realtà ci si scambiano gli atti via mail. Che per alcuni è privata, perché i giudici di pace non hanno la pec.
Problema: il codice non prevede l'udienza figurata. La scorsa settimana è andata in tilt la piattaforma informatica, quindi era impossibile depositare gli atti. Gli avvocati hanno chiesto più tempo, ma alcuni giudici l'hanno negato perché avrebbero potuto farlo in cartaceo in cancelleria. Così dice il codice. Peccato che le cancellerie chiudano a metà mattinata e accettino solo accessi con prenotazioni.











