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udinetoday.it, 19 agosto 2025

Comincia così una lettera dai papà reclusi nella casa circondariale di Udine: ognuno ha scritto la sua versione, poi un unico testo che comprende frasi e trafiletti da ognuna è stato reso pubblico alla stampa. Una storia di mura, di errori, di tempo che non passa ma anche di redenzione. Tanti stili diversi in un collage di emozioni. Se doveste scrivere una lettera dal carcere, di cosa parlereste? Della distanza che vi separa da chi sta fuori, della colpa che provate? Di quanto stiate cambiando, giorno dopo giorno, di cosa potrete fare insieme una volta fuori? Del tempo che non passa?

La lettera. Hanno provato a farlo i venti partecipanti al progetto di sostegno alla genitorialità del carcere di Udine. Il progetto è partito a ottobre 2024 e ha visto il gruppo cambiare, tra chi entrava e chi usciva: il risultato finale è la somma di tante lettere individuali, ognuna riunita alle altre in uno o più trafiletti, in due pagine di stilettate al cuore ma anche grande gioia. Grande sostegno è arrivato dallo psicologo professionista Francesco Milanese, occupato a tirare fuori dai detenuti padri la loro maniera personale di affrontare la genitorialità in un contesto tra i più ostici che si possano immaginare, così come l’associazione Icaro, che nel 2024 ha assistito in 743 colloqui, 50 incontri di scrittura creativa, 40 appuntamenti con gli autori, 50 incontri per la libera circolazione di volumi, per finire con 12 domeniche in famiglia e decine di corsi e laboratori. L’attività è stata promossa e finanziata dall’assessorato all’Equità sociale del Comune, delegato a Stefano Gasparin, che ha definito il progetto di Icaro “di valore”. “L’amministrazione intende trasformare dal 2026 il proprio contributo economico in una vera e propria convenzione con l’associazione - ha preannunciato Gasparin - così da rendere più stabile e istituzionale questa collaborazione. Vogliamo mettere nero su bianco l’impegno del Comune di Udine nel promuovere e tutelare la genitorialità in carcere, contribuendo a un carcere più umano e a un reinserimento che parta da relazioni familiari sane e consapevoli”. Di seguito riportiamo in maniera integrale la lettera, scritta dai detenuti padri alla figlia nel giorno del suo compleanno.

Ciao sono il papà e scrivo dal Carcere. Ci sono tante cose che vorrei farti sapere e che vorrei sapere di te e dei tuoi fratelli e sorelle. Mi mancate da morire, come l’acqua, come l’aria. Siete il primo pensiero al mattino e l’ultimo alla sera. Voglio che tu sappia che mi dispiace da morire il fatto di non poter esserci al tuo compleanno, vorrei poterti stringere, abbracciare, baciare te e i tuoi fratelli, mi piange il cuore sapere di non poterci essere. Ho provato a farti arrivare un bel regalo e spero ti possa arrivare in tempo.

Potessi tornare indietro tutti i guai che ho combinato non li rifarei. Non è per me facile dire questa parola; la dico perché purtroppo adesso so che allora ero un’altra persona e mi piacerebbe poterti dimostrare che è vero che sto facendo di tutto per cambiare.

Mi sento in colpa verso di te, porto tantissima rabbia e rancore perché anche io sono cresciuto senza un padre e adesso faccio lo stesso verso di te e verso i tuoi fratelli. Diventare padre è facile, ma essere padre è più difficile e io non ho avuto grandi esempi. Il mio c’era certo; mi dava le cose materiali, ma alla fine pur con tante cose non mi ha dato nulla. Io vorrei essere un padre presente; certo voglio anche fare in modo che non ti manchi niente, ma voglio essere presente nella tua vita.

Mi tengo stretto qui dei ricordi di felicità che mi aiutano a superare le cose brutte che vivo ogni giorno; tra questi ricordi che porto ti racconto di quando ero bambino e andavo al paese con la mamma e i suoi parenti e potevo io bambino giocare libero per strada e per i campi: è una emozione di libertà che oggi mi manca, ma che penso possa farti piacere che io condivida con te. C’è un altro ricordo che mi tiene tanto vivo qui ed è il tuo piccolo dolce volto, quando ti ho potuta stringere tra le braccia. Ed ora per me ogni giorno è l’attesa di quando vieni ai colloqui e poi il ricordo di te e dei tuoi disegni tra una visita e l’altra. Ho tanto bisogno di sapere cosa fai, come va a scuola, come cresci, come ti innamori, vedere il tuo visino e quello dei tuoi fratelli, mentre crescete; voglio esserci quando vi succede qualche cosa sia di bello che di brutto e diventare anche un po’ amico dei miei figli.

Penso sempre al tempo che sto perdendo qui in carcere: il tempo della vostra vita. Sai il tempo qui in carcere è sempre uguale, è come fermo, è un purgatorio. Intanto immagino che fuori per te e i tuoi fratelli il tempo corra. Quando esco proveremo a recuperarlo, magari riuscirò ad essere più presente, ma sai ci sono tante difficoltà.

C’è anche il fatto che per i tuoi fratellini più piccoli io sono solo una figura dentro al telefonino per quelle poche volte che riusciamo a sentirci e vederci e a me pare una tortura non poterli davvero abbracciare. Mi rendo conto che potrei perdervi perché magari ci sono persone nuove accanto a voi e alla mamma e io ho paura di non contare più.

Ecco vedi, la mia mente si logora nei sensi di colpa e nel desiderio di poter essere migliore di come sono stato.

Si non sono stato un modello di virtù, ma potrei forse essere da oggi un esempio di come ci si può riscattare dai propri errori e dalle peggiori situazioni; qui in carcere si sta male perché non si può fare molto e perché mi mancate, ma anche perché si è troppo tempo in compagnia dei propri errori.

Forse non mi merito che tu mi creda, perché ho fatto tante volte delle promesse che non ho mantenuto; nella mia vita ci sono state cose brutte: brutte compagnie, la droga e i reati che ho commesso, ma adesso mi rendo conto che per te e per i tuoi fratelli potrei desiderare di cambiare. Qui in carcere si imparano tante cose, cose sulla vita, che potranno servire a te e a me per crescere. Ad esempio ho imparato il peso che hanno le parole che si dicono e le cose che si fanno. Ho imparato che hanno delle conseguenze e che per questo è meglio sempre riflettere. Riflettere prima di fare, prima di dire, prima di farsi trascinare dal momento o dalle compagnie, prima di perdere il proprio equilibrio con le sostanze, o con l’alcool. Ho capito, perché lo ho provato sulla mia pelle che, per quanto possa sembrare bello sballare, per quanto ti possa sembrare figo, poi le conseguenze sono dolorose e, soprattutto, ritrovare il proprio equilibrio, la propria stabilità, è tanto lungo e faticoso.

Io non posso dimenticare da dove vengo, ma devo in qualche modo fare pace con me stesso per poter cambiare, perché non mi aiuta vivere sempre nel senso di colpa. Ho imparato a cercare il cambiamento per me stesso. Vedi una delle cose che ho capito è che cambiare la direzione della vita dipende dalla responsabilità delle scelte mie e non dagli altri o da altre condizioni.

Sto imparando invece a non piangermi addosso ma ad assumermi delle responsabilità, quelle che posso cambiare io di me. Ad esempio ad imparare a dialogare, cercando di ascoltare, a tollerare gli altri anche quando sono fastidiosi, a capire i sentimenti degli altri. Sai qui in carcere si è a contatto continuo con persone estranee e si deve imparare a convivere.

Se penso a quanto potrei essere felice di potertele dimostrare queste cose che stanno cambiando di me!

So che le mie scelte hanno tolto a te ed ai tuoi fratelli un padre, ma adesso grazie al lavoro che sto facendo in carcere, anche confrontandomi con altri papà e con le loro storie, capisco meglio e di più come potrei essere un padre presente.

Certo sto provando anche a cambiare alcune cose pratiche, ad esempio il modo in cui facciamo le telefonate, e spero che i tuoi fratelli se ne siano accorti. Io non posso chiamarti sempre, ci sono regole qui, sai che spesso ci devono essere gli educatori ad assistere, e che le cose semplici della vita come chiederti come stai, qui sono molto complicate. Per questo mi piacerebbe vederti più spesso poterti abbracciare te con i tuoi fratelli.

Si lo so che la scusa per non portarvi da me è che il carcere è brutto: è vero. Ma nessun posto è bello o brutto se non per come lo si vive, per come stanno le persone che lo abitano e io vorrei poterti far vedere che sono ancora presente per te, che posso meritarmi la tua fiducia, che sono ancora il padre per te e per i tuoi fratelli, nonostante tutte le difficoltà.

Io non voglio abbandonare questo filo sottile di rapporto che ho ancora ci tiene uniti.

Sei il mio sole, il mio pensiero e nella mancanza di te e della mia vita voglio che tu sappia che mai smetto di amarti e di pensarti e spero un giorno di poterti spiegare tante cose e ascoltare anche le tue, le tue rabbie, le tue paure verso di me e la mia vita, ma in uno spirito nuovo di ascolto e di rispetto. Ti amo tanto, tuo papà.