di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 22 febbraio 2015
Ex detenuto friulano si è rivolto alla Corte di Strasburgo per il risarcimento. La testimonianza a Radio Radicale: "Risse, pestaggi, cibo scarso e droga". "Un inferno". Celle da sei metri quadrati per tre detenuti. Il caldo "insopportabile" d'estate, e il freddo pungente dei mesi invernali. È dura la testimonianza di Nico, 54 anni, italiano, ex detenuto nel carcere di Udine, intervistato da Radio Radicale sulle condizioni dei reclusi di via Spalato.
Oggi è in attesa dell'esito dell'istanza di risarcimento che ha presentato per aver subito un trattamento inumano e degradante. "Non so come ho fatto a venirne fuori, ma mi ero promesso che quando sarei uscito avrei fatto ricorso". Uno dei tanti, fioccati dopo che nel 2013 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per lo stato inumano delle sue carceri.
La fotografia che emerge dal racconto all'emittente è drammatica. A Udine c'è la piaga del sovraffollamento, ma non solo. Secondo Nico, "c'è droga, ci sono le dipendenze, c'è l'ozio, estenuante, a scandire un tempo immobile, senza speranza. E ci sono le risse, i pestaggi. Il cibo scarso e spesso scaduto. C'è la paura".
Nico ci è finito per colpa del gioco d'azzardo, che lo ha trascinato irrimediabilmente oltre il confine della legalità: prima i soldi prosciugati, poi la vergogna, e infine le truffe e la condanna per una serie di reati contro il patrimonio.
"Perché quando entri nella spirale del gioco, fai una brutta fine" afferma. Oggi in via Spalato quelle 173 persone per soli 100 posti regolamentari - secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia - lasciano solo due metri quadrati a detenuto all'interno delle celle.
Nico ricorda soprattutto l'angoscia, che saliva la sera, prima di coricarsi: "Non volevo dormire, io non lo so come si fa dormire in un carcere". La giornata "inizia alle 8.30 - spiega - quando si aprono le celle e si esce all'aria in un piccolo piazzale in cemento, dove non si fa altro che camminare su e giù, non c'è nemmeno un campo per giocare a pallone".
Si lasciano passare le ore, fino alle 11, quando si rientra per mangiare: "I pasti sono scarsi, e spesso poco buoni. Abbiamo più volte protestato, ma niente. Chi non ha i soldi per comprarsi qualcosa soffre la fame". Il pomeriggio scorre lento allo stesso modo, fino a notte.
Esiste anche un laboratorio di legatoria, "ma ci lavorano soltanto due detenuti", rivela Nico, mentre ai corsi di formazione "nessuno partecipa, perché quando sei lì non hai voglia di niente". Da Radio Radicale gli chiedono se abbia assistito a episodi di violenza all'interno della casa circondariale, Nico riferisce di pestaggi ai danni di un detenuto marocchino considerato "irrequieto".
Se, stando ai numeri, il carcere di Udine non spicca per particolari criticità, quel suicidio avvenuto nel 2012, l'ultimo in ordine cronologico, Nico se lo ricorda bene. Si chiamava Matteo, aveva 28 anni: "Aveva problemi di dipendenza - confessa l'ex carcerato. La sera prima del suicidio aveva dato segnali di malessere, io me ne accorsi e avvisai le guardie. La mattina dopo, lo trovarono impiccato".
Ora Nico è un uomo libero e spera che il 26 febbraio giudice accolga la sua richiesta di risarcimento. Ma non è di certo la libertà che si aspettava, anzi. "Nessuno mi dà in lavoro - confida. Vivo grazie a mia madre, che ha 97 anni".









