di Vitalba Azzollini*
Il Domani, 17 ottobre 2026
La premier rivendica come un successo la svolta europea sull’immigrazione. Ma tace sulle violazioni dei diritti umani subite dai migranti fermati prima di partire, celebra politiche che non alleggeriscono gli oneri dell’Italia, chiama modello Albania ciò che non lo è e mostra una certa incoerenza nel giudicare le decisioni di altri governi europei rispetto a quelle del proprio. Un successo fondato solo su ciò che si sceglie di raccontare può davvero dirsi tale?
Nelle comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha presentato la svolta dell’Unione sull’immigrazione come un successo del proprio governo. Ma la presidente del Consiglio ha omesso, o raccontato in modo fuorviante, elementi che incrinano la sua narrazione. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta Il calo degli ingressi irregolari Meloni ha rivendicato il drastico calo degli ingressi irregolari nell’Unione europea, soprattutto lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Ma quei numeri non raccontano che cosa accade a chi cerca di raggiungere l’Europa senza riuscirci. Un rapporto delle Nazioni Unite del febbraio 2026 documenta in Libia torture, stupri, detenzioni arbitrarie e altre gravissime violazioni dei diritti umani, anche ai danni di persone intercettate in mare e riportate nel Paese.
Amnesty International ha denunciato abusi analoghi in Tunisia, attribuendo alla cooperazione europea sui controlli alle frontiere un ruolo nel loro aggravamento. A ciò si aggiunga che, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2026 gli arrivi via mare in Europa sono diminuiti, ma i morti e dispersi sono aumentati. “Meno partenze significa anche meno morti in mare”, ha dichiarato Meloni in più occasioni.
Ma impedire ai migranti di raggiungere le nostre coste non significa impedire che muoiano lontano dai nostri occhi. Migranti, se la democrazia diventa ostacolo da aggirare Quali vantaggi per l’Italia La narrazione di Meloni in Parlamento ha lasciato fuori un’altra questione essenziale: quali vantaggi ottiene l’Italia grazie alle nuove politiche europee? Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo non solo non attenua le responsabilità degli Stati di primo ingresso, ma in alcune circostanze ne prolunga la durata.
Né garantisce una redistribuzione dei richiedenti asilo tra gli altri Paesi, che possono scegliere di contribuire con denaro o altre forme di sostegno, anziché accoglierli. Non proprio un buon risultato per un governo che si vanta di aver cambiato le politiche europee nell’interesse dell’Italia. Il “blocco navale” e lo scoglio del diritto, le lezioni che il governo non impara I centri in Albania Meloni rivendica come un successo anche il fatto che i centri in Albania avrebbero aperto la strada ai return hub, previsti dal nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Ma si tratta di realtà diverse. I centri albanesi restano sotto giurisdizione dell’Italia, il rimpatrio è affidato alle autorità italiane e il trattenimento nei CPR è attualmente soggetto a un limite di 18 mesi. La gestione dei nuovi centri europei, invece, è regolata da appositi accordi, che possono affidarla al Paese terzo, sotto la sua giurisdizione e senza che si applichi necessariamente il limite italiano di trattenimento.
Non a caso, per utilizzare le strutture albanesi come return hub sarebbe necessario modificare il Protocollo con l’Albania. Meloni presenta, dunque, come un successo del modello italiano una soluzione europea che però è diversa e comunque non dimostra affatto l’efficacia dei centri in Albania, costosi e finora poco utilizzati. Patto europeo e Cpr in Albania, il governo rischia un’altra batosta L’incoerenza In Parlamento la presidente del Consiglio ha difeso i controlli ripristinati sui collegamenti con la Spagna, dopo gli eventi di Ceuta, affermando che ogni Stato ha il diritto di proteggere le proprie frontiere. Ma il Codice Schengen richiede condizioni rigorose di necessità e proporzionalità, mentre è quantomeno discutibile che il governo abbia dimostrato l’esistenza di una minaccia concreta per l’Italia derivante dal rischio di spostamenti da Ceuta. Emerge, inoltre, una certa incoerenza nell’atteggiamento di Meloni.
La presidente del Consiglio ha criticato le regolarizzazioni dei migranti volute dal governo spagnolo, sostenendo che le conseguenze potrebbero gravare su altri Paesi. Ma dal dicembre 2022 il suo governo ha sospeso quasi tutti i rientri dei richiedenti asilo di competenza italiana che si erano spostati in altri Stati Ue. Scaduto il termine previsto dal sistema Dublino, il relativo onere passa a quegli Stati: proprio il genere di conseguenze che Meloni ha stigmatizzato riguardo alla Spagna. Peraltro, la Corte di giustizia dell’Unione europea, nel marzo 2026, ha chiarito che l’Italia non può sottrarsi unilateralmente ai propri obblighi. La presidente del Consiglio tace, dunque, su ciò che accade a chi viene fermato prima di partire, rivendica politiche che non alleggeriscono gli oneri dell’Italia, definisce modello Albania ciò che non lo è e mostra una certa incoerenza nel giudicare le decisioni di altri governi europei rispetto a quelle del proprio.
*Giurista









