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di Gustavo Zagrebelsky

La Repubblica, 12 giugno 2025

La libertà dei singoli individui è tutelata dalla Costituzione. Ma la salvaguardia di questo principio resta fragile. E ogni celebrazione dell’odio non può essere accettata. Il rispetto dei pensieri, delle credenze e dei modi di vivere è ciò che chiamiamo tolleranza, sostanza spirituale degli ordinamenti dove si ama la libertà. Comporta uguaglianza nella diversità e, dunque, libertà. Non è solo un atteggiamento psicologico individuale nei confronti dei “diversi da sé”. È anche il contenuto di un vero diritto che plasma di sé l’intera società: il diritto a essere lasciati in pace, il right to be let alone, antidoto alla massificazione. Oggi parliamo di diritto alla privacy. Fare parte per sé stesso può essere l’aspirazione del solitario, ma anche la condizione per agire liberamente nella vita sociale.

Parlare di uguaglianza e tolleranza sembra a prima vista una contraddizione. Ma non è così: il corso della vita è una continua potenziale chiamata a scelte del più diverso genere e nei più diversi ambiti, politico, religioso, culturale, professionale, familiare, eccetera. La tolleranza di tutti nei confronti di tutti garantisce l’uguaglianza, l’uguaglianza nella diversità. È l’opposto dello “stato etico”, lo stato che abbraccia una propria dottrina del bene per imporla alle vite individuali. Anche questa è uguaglianza, ma uguaglianza nella costrizione. I regimi che si autoproclamano illiberali possono anch’essi parlare di uguaglianza, ma sono intolleranti verso “i diversi”. I diversi, in tali regimi, sono i fuori-norma, gli anormali: non meritano di esistere perché minano la compattezza e la solidità della comunità, intesa come un tutto. Se sei minoranza, stai in guardia: prima o poi “verranno da te” (Bertolt Brecht).

La nostra Costituzione proclama l’uguaglianza come uguale diritto di essere, pensare e agire, ciascuno secondo la propria personalità. L’articolo 3 parla di eguaglianza “senza distinzioni di…” (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali). Perfetta formulazione: esistono tante situazioni ed esperienze diverse, preziose per i singoli ma indifferenti per gli altri. Bisogna, però, intendersi sull’indifferenza: essa riguarda i contenuti, ma non il fatto stesso che le differenze fioriscano. Occorre auspicarle e proteggerle quando sono in pericolo, perché sono frutti della libertà e, al contempo, alimentano la libertà. Se non esistessero, regnerebbe la medesima mefitica stagnazione delle società illiberali: per indolenza o per imposizione il risultato sarebbe lo stesso.

Non c’è bisogno di elencare le tante e diverse forze che spingono verso il conformismo. Siamo pressati da insensati desideri di massa, insulse abitudini e stupide fantasie. L’esistenza già oggi è per gran parte programmata; con gli algoritmi e l’intelligenza artificiale lo sarà anche di più. Le deviazioni dall’ortodossia saranno sempre più difficili. Saranno un lusso riservato a oligarchie al di sopra della massa. Sarebbe piaciuta al Grande Inquisitore di Dostoevskij l’omologazione delle passioni, ottenuta carezzevolmente approfittando della pigrizia, del facile diletto e dell’ottundimento dello spirito. Pensiamo a cose come le mode, i beni superflui ma molto sognati, l’estetica dei corpi e le follie per renderli graziosi e sempre giovanili, l’atrofizzazione del pensiero, la banalità dei divertimenti e dei gusti artistici a incominciare da quelli musicali, lo scetticismo e il fatalismo che inducono al conformismo. In sintesi: declino della autenticità. Non esageriamo, viene da dire. Ma nemmeno minimizziamo. La società di massa è fiacca. La democrazia presuppone una società viva, non “di massa” ma “di tutti”. La società di massa realizza l’uguaglianza, ma l’uguaglianza alienata del “lasciarsi andare”; la società di tutti dovrebbe, sì, essere, ugualitaria ma anticonformistica.

Sono un uomo di scuola. La scuola è un prezioso osservatorio. La lezione è sempre stata per me l’ora della gioia, soprattutto quando la lezione “riusciva”, cioè suscitava passioni, discussioni, contrasto di punti di vista, voglia di pensare e di agire; quando se ne usciva diversi da come vi si era entrati. Quando capita di vedere bambini e soprattutto bambine d’ogni provenienza, colore, sensibilità all’uscita di scuola vediamo quanta vitalità. Che meraviglia. Ma, subito dopo pensiamo: “poi spetta a noi, forse soprattutto a noi insegnanti, rovinarli”. Rovinare significa mortificare, tarpare le ali. Inconsapevoli, pensiamo che il nostro compito sia di predisporli a essere uguali a noi, replicando noi stessi in loro. Non è orribile?

La scuola è solo un tassello, seppure importante. Ma la responsabilità è della società intera. Qui si innesta la domanda cruciale. L’uguaglianza nella diversità richiede tolleranza. Allora, tutto è tollerabile o c’è qualcosa d’intollerabile? Quanto più indifferentemente si tollera, tanto più si è amici della tolleranza? Tollerare gli intolleranti, i fanatici, i violenti? Su questa domanda si sono confrontati fior di filosofi e moralisti. Uscendo dalle discussioni astratte, si è riproposta di fronte alla crescita di partiti e movimenti neonazisti in Germania e neofascisti in altre parti d’Europa. La difficoltà consiste in questo: se opponi la tua intolleranza a quella altrui, allora cessi di essere tollerante a tua volta e scendi contraddittoriamente sul terreno del tuo avversario. Il tollerante, per restare coerente, dovrebbe, allora, offrirsi inerme all’intollerante? Al contrario: gli intolleranti è lecito, anzi doveroso, contrastarli precisamente perché si ama la tolleranza. L’ignavia, alla fine, sarebbe complicità.

Certo, ciò comporta, per così dire, una sospensione della tolleranza. Ma è una sospensione in vista di un ripristino, mentre i veri intolleranti mirano non alla sospensione, ma all’abolizione. C’è, dunque, una differenza radicale. Coloro i quali si oppongono agli intolleranti non scendono affatto sul loro stesso piano. Chi, per esempio, chiede l’applicazione della legge contro i neofascisti non è affatto fascista a sua volta. Una cosa è tenere stretta la fede nella tolleranza come virtù, un’altra è disprezzarla come viltà.

Ci sono, poi, coloro che rifiutano il dilemma reazione o acquiescenza. Essi credono fino in fondo alle virtù persuasive della mitezza. All’intolleranza altrui reagisci con più tolleranza tua: il rimedio non sta nel meno, ma nel più, nella convinzione o nella speranza che il bonum (la tolleranza), come dicevano gli Antichi, sia diffusivum suum e alla fine prevarrà. Questa nobile posizione morale presuppone, però, che possa almeno aprirsi un confronto basato, per l’appunto, sulla tolleranza. Sempre tentare, sapendo però che questa è la condizione che manca: il tollerante ha un bel proporre il dialogo, ma l’intollerante è tale proprio perché il dialogo lo rifiuta.

Non tollerare l’intolleranza, dunque. Nello stato di diritto, però, la reazione all’intolleranza deve essere prevista e regolata dalla legge. La qualità e la misura della reazione dipendono dalla qualità e dalla natura del pericolo. Le parole, i rituali e le celebrazioni dell’odio, le organizzazioni della violenza, le spedizioni punitive richiedono misure diverse per fronteggiarle: sequestri, divieti, codice penale, scioglimenti, quando non bastano i discorsi. La legge deve essere la misura della forza legittima dello Stato. Deve autorizzare, ma anche trattenere. I casi, le forme, le misure devono commisurarsi alla violenza che si vuol combattere. Che cosa sia la proporzione non dipende dall’umore, liberale o forcaiolo, del legislatore: dipende da un giudizio di ragionevolezza, sulla quale si pronuncia, alla fine, la Corte costituzionale. Si pensi al cosiddetto “decreto sicurezza”, da poco diventato legge. L’eccesso “sicuritario” perde il carattere di misura a difesa e diventa a sua volta offesa. Di intolleranza in intolleranza si rischia una spirale senza fondo di azioni e reazioni. Si rischia di alimentare proprio ciò che si voleva combattere, cioè la violenza.