di Carlo Bonini
La Repubblica, 8 aprile 2022
Dopo le condanne dei carabinieri per i depistaggi. Sono stati necessari un tempo infinito, tredici anni, e un numero di processi altrettanto incongruo, quindici. Ma ora possiamo dirlo. Finalmente.
Stefano Cucchi, la memoria della sua giovane vita e il dramma della sua morte violenta, possono essere consegnati al ricordo riconciliato con la verità di chi lo ha amato da vivo e di quella parte di opinione pubblica che non ha mai smesso di cercare e pretendere giustizia nei confronti di chi lo aveva ucciso.
Nello spazio di pochi giorni, prima con la sentenza definitiva di condanna dei carabinieri autori del pestaggio che, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, pose le condizioni dell’agonia e della morte di Stefano e, ieri, con la condanna in primo grado di otto, tra ufficiali e sottufficiali dell’Arma, che pervicacemente lavorarono al depistaggio della ricerca della verità, la democrazia del nostro Paese si riappropria infatti di un suo principio cardine.
Quello di uguaglianza di fronte alla legge. Lo stesso di cui, nella vicenda Cucchi, era stato fatto strame. Nella cinica consapevolezza che, di fronte alla morte di un trentenne romano “tossico” e per giunta di periferia, il costo della responsabilità di quella perdita non dovesse e non potesse gravare su chi, per dovere e giuramento costituzionale, indossa una divisa a protezione della collettività.
Già, Stefano Cucchi era considerato un cittadino di serie B. E come tale venne trattato dallo Stato che lo aveva preso in custodia per il possesso di una modesta quantità di hashish. Prima abbandonandolo alla condanna senza processo del pestaggio in caserma dei carabinieri che lo avevano arrestato.
Quindi all’indifferenza e al cinismo della medicina riservata ai detenuti nel padiglione “protetto” (ironia degli aggettivi) dell’ospedale Pertini, dove la sua spaventosa agonia venne diagnosticata, fino alla morte, non con la dilatazione abnorme del suo globo vescicale, con la rottura delle vertebre durante il pestaggio, ma liquidata con l’atteggiamento “oppositivo” di un tossico che rifiutava il cibo. Infine, con l’oltraggio del depistaggio nella ricerca della verità orchestrato da alti ufficiali e sottufficiali dell’Arma, fino al punto di condurre le indagini sulla morte di quel ragazzo sul binario di un processo a degli innocenti (gli agenti della polizia penitenziaria che avevano avuto in custodia Cucchi nelle poche ore precedenti il suo processo per direttissima).
Per troppo tempo, con la luminosa eccezione di un procuratore della Repubblica (Giuseppe Pignatone) e di un coraggioso pubblico ministero (Giovanni Musarò), lo Stato nelle sue diverse articolazioni, uomini dell’Arma dei carabinieri e la cultura omertosa che innerva storicamente gli apparati della sicurezza hanno lavorato per ostruire la ricerca della verità consegnando una famiglia mite e per bene, i Cucchi, e la forza ostinata del loro avvocato, Fabio Anselmo, in quanto colpevoli della loro resilienza, al dileggio, alla violenza psicologica e verbale di un pezzo di Paese capace di declinare la parola “diritto” solo se coniugata nell’interesse del più forte.
Con la certezza dell’indicativo, negli anni, abbiamo ascoltato la tracotanza e incontinenza verbale di ministri della Repubblica (Carlo Giovanardi, Ignazio La Russa) e leader di partito ascesi ai vertici della guida del Paese e degli apparati (Matteo Salvini), financo sindacalisti di destra della Polizia, affermare ciò che oggi si rivela definitivamente falso e che falso è sempre stato soltanto per chi volesse vederlo. E con la stessa tracotanza, in questi 13 anni, non li abbiamo mai sentiti chiedere scusa. A una famiglia e al Paese.
È apprezzabile e fa onore ai centomila uomini e donne che appartengono all’Arma e che ogni giorno si dimostrano fedeli al giuramento di lealtà costituzionale, che il comandante generale dei carabinieri, Teo Luzi, in un comunicato diffuso subito dopo la sentenza, parli di “dolore riacuito dell’Arma per la perdita di una giovane vita”, di “rinnovata vicinanza alla famiglia Cucchi”.
Ed è altrettanto apprezzabile che, in quello stesso comunicato, Luzi ricordi la costituzione di parte civile dell’Arma in questo ultimo processo e “l’impegno ad agire sempre, con rigore e trasparenza, anche e soprattutto nei confronti dei propri appartenenti”. E tuttavia, come il generale Luzi, ufficiale per bene, sa, il depistaggio e la copertura delle responsabilità per la morte di Stefano Cucchi non sono figlie della perversione di un cesto di “mele marce”, purtroppo.
Perché se è vero che le responsabilità penali sono individuali - e guai se non lo fossero - è altrettanto vero che quei depistaggi e il rango degli ufficiali che li resero nel tempo possibili, sono figli di una cultura malata che nell’Arma, come in altri apparati dello Stato, ha albergato e continua ad albergare nei suoi interstizi (i fatti della caserma “Levante” di Piacenza datano l’estate di 2 anni fa).
E di cui non basterà una sentenza per liberarsi di incanto. Che è poi la cultura limacciosa, oscura, di una parte del Paese, che obbliga a una necessaria e continua manutenzione della nostra democrazia. Quella cultura che questo processo infinito e queste due sentenze hanno oggi sconfitto. Per una vittoria di cui non dovremo mai smettere di ringraziare una famiglia mite e coraggiosa che ha costretto lo Stato e i suoi apparati a ricordare e onorare il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Giovanni, Rita e Ilaria Cucchi. Il padre, la madre e la sorella del cittadino Stefano Cucchi.










