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di Gianni Riotta

La Repubblica, 6 gennaio 2023

Non abbiamo saputo contrastare, per anni, il negazionismo provinciale sul cambio climatico né imporre la primazia della battaglia ambientale. Non possiamo dunque ora scaricare i ritardi sugli attivisti. La reazione di gran parte dell’establishment italiano, politica, media, cultura, al deprecabile raid dei militanti ambientalisti radicali di Ultima Generazione, con la vernice lanciata contro Palazzo Madama, storica sede del nostro Senato, è stata monocorde. Sdegno, denunce, deprecazioni, richieste di mano dura di polizia e magistratura, onda emotiva che altri eventi, più gravi, non innescano.

Non è difficile comprendere il perché. Da destra a sinistra, dai populisti conservatori agli illuministi progressisti, la classe dirigente detesta, a buon conto, i raid contro i capolavori d’arte nei musei, i blocchi stradali su circonvallazioni congestionate dal traffico di automezzi, fino allo sfregio inflitto alla Camera Alta, che mettono a rischio opere chiave della cultura, impongono sacrifici a lavoratori e famiglie, deturpano la sede della democrazia.

I giovani rispondono a queste critiche, cito Michele Giuli dal programma Rai Agorà, di Monica Giandotti, con un ultimatum, il pianeta è a rischio, i governi non fanno abbastanza, le voci moderate, come Greta Thunberg, vengono irrise o elogiate con ipocrisia e poi ignorate, serve uno choc drammatico perché l’opinione pubblica prenda finalmente coscienza della crisi esistenziale che ha davanti.

La sfida non è nuova, si pone ogni volta che un movimento chiama in causa il consenso generale su temi decisivi, con azioni che dividono le anime. Nei suoi ultimi mesi di vita, fra il 1967 e il 1968, il Premio Nobel per la Pace M. L. King prese atto che la lotta non violenta per i diritti civili negli Usa procedeva troppo lentamente, e, pur amareggiato, ebbe in cuore di radicalizzarla.

Poco prima, nel 1964, il dirigente nazionalista nero Malcolm X aveva fatto il percorso inverso, persuaso dopo il pellegrinaggio musulmano haji alla Mecca, che la propaganda dura contro i “diavoli bianchi” isolava gli afroamericani, non li emancipava.

Saper vedere il retroterra dell’estremismo, oltre le palesi manifestazioni negative, non è facile, solo gli statisti e i pensatori migliori ci riescono. Nel V volume dei monumentali Scritti e Discorsi, a cura di Giuseppe Rossini, Aldo Moro riflette, in varie sedi, sul 1968, in Italia e in Europa, considerandolo prima che una rottura politica, una frattura antropologica, nelle famiglie, scuole, luoghi di lavoro e culto, fra le generazioni nate a cavallo della guerra mondiale.

La violenza che agitava le strade, dalla nuova sinistra al Msi, e che nella deriva terroristica Br lo avrebbe travolto, preoccupava Moro, ma non lo accecava, come tanti compagni di strada, davanti ai valori, idee, pulsioni di studenti e operai. La “strategia dell’attenzione” morotea aveva questo raziocinio, saper dirimere l’errore tattico dell’opposizione dalle ragioni profonde del disagio sociale.

Un’altra nobile vittima del terrorismo, il generale e premier israeliano Yitzhak Rabin, incarnò con saggezza e spirito di sacrificio questa strategia, mai rinunciare a comprendere cosa muove nemici e rivali, sempre battersi verso un futuro, ideale e possibile, comune terreno.

Stupisce che politici italiani, pur testimoni in gioventù di vicende assai più angosciose della vernice su Palazzo Madama e di successivi oltraggi al Parlamento non meno ignobili, mortadelle, cappi, dive porno, dimentichino questa lezione, per qualche like in più. Il dilemma dei ribelli di Ultima Generazione è netto, illudersi di battersi da soli, senza riflettere sull’eco dei propri gesti, conduce a sconfitta e nichilismo.

Il nostro dilemma è altrettanto severo: non abbiamo saputo contrastare, per anni, il negazionismo provinciale sul cambio climatico di ministri, direttori di giornali, siti, talk show e lobby, né imporre a governi, aziende, università la primazia della battaglia ambientale, e non possiamo dunque ora scaricare i ritardi sui rauchi attivisti di Ultima Generazione. Dobbiamo farci carico, in prima persona, della loro battaglia, dandole, se ne siamo capaci, strategia vincente.