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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 23 giugno 2021

 

Mercoledì scorso ha trasmesso la relazione annuale sull'attività del suo ufficio. Domenica scorsa, Stefano Anastasìa ha terminato il mandato da garante delle persone private della libertà nella regione Umbria. Mercoledì scorso ha trasmesso agli organi regionali la relazione annuale sull'attività del suo ufficio.

L'ultimo suo atto è la sottoscrizione del nuovo Protocollo per l'istruzione universitaria negli Istituti penitenziari dell'Umbria da parte del Rettore dell'Università di Perugia, Maurizio Oliviero, del Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Pierpaolo D'Andria e della Direttrice generale di Adisu, Maria Trani.

Diverse le criticità, ma nel contempo anche aspetti positivi. Tra le criticità emerse nella relazione, degna di nota è la segnalazione dell'uso della forza e trattamenti farmacologici coattivi. Nello specifico, si fa riferimento ad un episodio che ha coinvolto un detenuto del carcere di Terni definito "in stato di agitazione psicomotoria", nei cui confronti sarebbero state attuate misure di contenimento sproporzionate rispetto all'obiettivo perseguito (manovre di contenimento fisico per consentire la somministrazione di un farmaco sedativo intramuscolo).

In occasione della visita in Istituto dal Garante nazionale e del Garante ragionale, il 16 settembre 2020, da principio si nega la configurabilità di un Tso illegittimo, poiché non si tratta di una ipotesi di trattamento effettuato su paziente affetto da patologia psichica, ma semplicemente della somministrazione di un calmante in una situazione di agitazione psicomotoria.

Al termine di un lungo confronto con il personale sanitario si arriva a configurare il trattamento subìto dal detenuto di cui trattasi come un Tso non formalizzato, rispetto al quale i Garanti suggeriscono l'opportunità, pur in situazioni di emergenza, di attivare la procedura prevista ex lege, in modo tale che tali pratiche emergano dalla clandestinità. Altra criticità degna di nota è il discorso dei trasferimenti dei detenuti da un carcere all'altro, ma in regioni diverse. La lontananza dai familiari e la insufficienza di lavoro e di percorsi di reinserimento sociale a fine pena rappresentano la base motivazionale delle frequentissime istanze di trasferimento da parte di detenute e detenuti ristretti nel carcere perugino e giunte a conoscenza del Garante.

Nella relazione di Anastasìa si fa presente che la pandemia ha moltiplicato la sofferenza per le famiglie e i detenuti ristretti fuori dalle regioni di residenza, tanto più che i trasferimenti volontari sono stati bloccati, ma non quelli disciplinari o per sfollamento, e per lunghi periodi la chiusura dei confini regionali ha impedito anche l'unico colloquio mensile in presenza garantito dalla legislazione d'emergenza.

Inoltre, evidenza l'ufficio del garante regionale, l'elusione del principio di territorializzazione della pena (artt. 42 OP e 83 RE) spesso si traduce anche in una compressione del diritto di difesa, il cui esercizio è reso più complicato quando l'avvocato ha la sede di attività in luogo differente da quello di detenzione del suo assistito, come molto spesso accade.

Non a caso, il garante Anastasìa, raccomanda all'amministrazione penitenziaria (Dap) il contenimento del sistema penitenziario umbro nelle sue dimensioni, già di molto superiori alle necessità del territorio, anche al fine di evitare ulteriori violazioni del principio di territorializzazione della pena.