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di Nicola Lacetera

Il Domani, 22 luglio 2026

Dieci principi per una politica migratoria capace di coniugare diritti, integrazione e realismo. Una proposta che non rinunci all’uguaglianza, ma accetti la complessità e le inevitabili, difficili scelte. Contro la deriva securitaria e razzisteggiante del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Giorgia Serughetti, su queste pagine, ha riassunto così il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo: “bancarotta morale”. Basterebbe l’introduzione di centri di raccolta fuori da Paesi dell’Unione, nei quali valga la giurisdizione di quei Paesi, per arrivare a quella conclusione. Ma tutto l’impianto votato dal centro-destra europeo trasuda razzismo e una visione dell’Europa come fortezza da difendere dall’invasore.

Mostrando così che idee e parole come remigrazione, revoca della cittadinanza, sostituzione etnica e suprematismo bianco/cristiano non appartengono solo a una minoranza nazifascista. Se conservatori e reazionari hanno spesso tradotto la loro visione in azioni concrete, i progressisti, quando non hanno scimmiottato le politiche della destra, si sono limitati alla critica senza proposte alternative. Una lacuna grave in un ambito in cui è in gioco la dignità delle persone. A Lampedusa Leone XIV abbraccia i migranti.

Poi il monito all’Europa: “Responsabilità epocale” Giustizia sociale e uguaglianza Nel suo recente saggio Why Immigration Policy Is Hard and How to Make It Better, Alan Manning (London School of Economics) offre spunti per chi creda che anche nelle politiche migratorie la giustizia sociale e l’uguaglianza siano prioritarie e non negoziabili, ma sia anche disposto ad accettare le difficoltà del tema. Provo a darne la mia versione in dieci punti. Primo: la causa principale dei movimenti migratori è l’estrema disparità di opportunità economiche, sociali e politiche nelle diverse parti del mondo.

A queste si sono aggiunti gli effetti del cambiamento climatico, di cui i paesi ricchi sono più responsabili ma che danneggiano soprattutto i paesi poveri. Promuovere uno sviluppo più inclusivo e meno coloniale è forse la migliore politica migratoria. Il recente Global Justice Report coordinato da Thomas Piketty avanza proposte radicali, concrete e promettenti in questo senso. Secondo: nessuna politica migratoria può partire dall’idea che le persone abbiano diversi diritti e dignità in base alla loro nazionalità, cultura o colore della pelle.

Affidarsi ai trafficanti libici come hanno fatto i governi italiani, o prevedere che nei centri di raccolta viga la legge del paese in cui si trovano, significa accettare che chi in quei paesi si verrà a trovare rischi qualsiasi sopruso. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che ogni politica migratoria stabilisce, per sua natura, chi può accedere a un paese e chi no, e quindi chi di quell’uguale dignità potrà godere, e chi resterà fuori. Sentire l’onere e la responsabilità morale di questa contraddizione può servire a elaborare regole più umane e a non cedere a pulsioni oscene. Terzo: è senz’altro vero che il modo più rapido per contrastare l’inverno demografico dei paesi ad alto reddito è aprire le frontiere e accogliere persone da altri Paesi.

Ma non è chiaro che questo si traduca in effetti economici positivi di significativa entità. L’evidenza disponibile suggerisce un impatto modesto. Insomma, argomenti pro-immigrazione basati sui suoi effetti economici non sono, da soli, molto persuasivi. E pensare ai migranti come “risorse” è riduttivo e irrispettoso. Migranti, se la democrazia diventa ostacolo da aggirare Effetti economici Quarto: il fatto che siano gli imprenditori a “volere” più immigrazione per mancanza di manodopera richiede qualche attenzione e domanda prima di essere adottato come argomento a favore di frontiere più aperte.

Ad esempio, si è disposti a pagare e trattare adeguatamente i migranti? Non solo è moralmente ripugnante considerare i lavoratori stranieri come il marxiano esercito industriale di riserva, ma è anche un segno di debolezza. Se un’azienda può operare sul mercato solo con paghe da fame ai dipendenti, farebbe meglio a chiudere. A uguale lavoro, uguali condizioni (e controlli delle autorità competenti). È civiltà, e anche buona economia. Quinto: la cautela sugli effetti economici dell’immigrazione non vale solo per i lavoratori ordinari, ma anche per le presunte “eccellenze”. I “visti d’oro” per chi investe almeno una certa cifra in un Paese, o i benefici fiscali ai milionari che da Londra o Parigi si spostano in Italia, sono inutili e dannosi.

Inutili perché si tratta di piccoli numeri, e perché determinare se un investimento anche ingente porti poi al successo è molto difficile (sperando poi che non si tratti di denaro riciclato come non di rado accade). Dannosi perché città come Milano o Bologna non hanno certo bisogno di altri milionari che fanno ulteriormente aumentare i prezzi delle case e la segregazione urbana. Sesto: la maggior parte degli immigrati “clandestini” è tale a causa di inefficienti procedure di regolarizzazione. Se poi vigono leggi criminogene per cui l’assenza di documenti è già un reato, la burocrazia aumenta ulteriormente, e con essa il rischio che chi non è in regola sia più esposto alla devianza. La ricerca mostra che la regolarizzazione riduce il crimine.

Una pubblica amministrazione funzionante (che richiede innanzitutto assunzioni di personale) migliora anche le politiche migratorie. E se le lungaggini persistono, sanatorie generali possono essere preferibili allo status quo. L’Europa è più nera. L’alleanza “Giorgia” che deporta i migranti Non solo numeri Settimo: ricongiungimenti familiari e percorsi chiari, rapidi e uguali per tutti verso la naturalizzazione (Ius soli, Ius scholae, etc.) sono veicoli di stabilità e integrazione. La presenza di una famiglia e l’ottenimento della cittadinanza alla nascita, così come la regolarizzazione, riducono la propensione a delinquere e migliorano la convivenza.

Ottavo: le politiche migratorie non devono riguardare solamente il numero di ingressi all’anno, ma anche la composizione dei migranti. In termini di qualifiche, prevale l’idea che migranti più istruiti siano inequivocabilmente un fattore positivo. Ma il rapido sviluppo di tecnologie come l’Intelligenza artificiale potrebbero ridurre la necessità di certe competenze, mentre lavori manuali o servizi alla persona, che non non richiedono istruzione avanzata, sono più difficili da automatizzare. La composizione riguarda anche l’origine geografica. Chi parla di “assimilazione” si aspetta che chi arriva si spogli delle sue radici (storiche, religiose, culturali) e sposi una presunta “italianità”: una pretesa grottesca. Nell’era dei diritti universali, l’unica via coerente col rispetto di questi principi è il multiculturalismo. Il Canada lo ha introdotto nella costituzione, dopo gli orrori dell’assimilazione forzata dei nativi nel passato da una parte, e una volta riconosciuti i benefici della diversità dall’altra. Ma perché la diversità diventi positiva per tutti, servono forme di integrazione per evitare conflitti e isolamento.

Mediazione culturale, pianificazione urbana, politiche educative sono indispensabili e, di nuovo, veicoli di civiltà. Se questa Unione europea realizza i sogni di Vannacci L’eccezione di chi studia Nono: un criterio ragionevole per definire (e limitare) gli ingressi è definire un tasso di crescita annuo della popolazione immigrata esistente. Stabilire questo tasso è difficile. Altrettanto difficile, moralmente, è accettare la presenza stessa di un limite, almeno per chi, come chi scrive, abolirebbe tutte le frontiere domattina. Ma farlo è una delle conseguenze naturali dei punti qui sopra descritti. Decimo: se si vuole fare un’eccezione alla presenza di limiti e quote, che sia per chi vuole venire a studiare in un Paese.

La diversità negli anni formativi è fondamentale per l’apprendimento e lo sviluppo di una cittadinanza attiva e consapevole. Studenti ben accolti e istruiti avranno più motivazioni a restare nel paese, formare una famiglia, contribuire al bene comune, e creare legami di pace. Ci si preoccupa troppo, in Italia, della “fuga di cervelli” all’estero, e troppo poco della poca attrattività del paese per studenti stranieri. Un approccio diverso al tema dell’immigrazione è possibile. Una via pratica che rispetti principi non negoziabili, e una tensione morale che sia di guida agli inevitabili compromessi. Una politica orgogliosamente diversa che si appelli alle virtù degli esseri umani, e non ai loro istinti più abietti.