di Beppe Donadio
La Regione, 1 febbraio 2025
Almeno a Volterra, dove la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo vive il teatro, utopia realizzabile. Gianfranco Pannone la racconta in “Qui è altrove”. “Nel momento in cui io entro a teatro non sto in carcere, inizio a nuotare in un altro mondo, che è il mondo in cui vorrei vivere. Poi alle nove si accende una lampadina, girano le chiavi, chiudono la porta e torni in cella”. Forse nessuna delle dichiarazioni contenute in ‘Qui è altrove - Buchi nella realtà’, documentario scritto e diretto da Gianfranco Pannone, spiega da un lato il progetto di Armando Punzo, regista, attore e drammaturgo italiano che dal 1988 porta il teatro tra i detenuti di Volterra, e dall’altro realizza lo scopo del regista, quello di raccontare il lavoro di Punzo senza che si vedano le sbarre. Le parole iniziali sono di uno degli attori-detenuti della Compagnia della Fortezza, uno dei primi progetti di teatro in carcere nati in Italia, facente capo a Punzo.
Prodotto da Bartlebyfilm e Aura Film, co-prodotto da Rsi, “Qui è altrove - Buchi nella realtà” ha avuto la sua prima ieri al Cinema Iride di Lugano e qui resterà fino a lunedì. “Il film nasce come ‘Qui e altrove’ e poi, girando, il titolo ha accolto il verbo, per il paradosso dello stare imprigionati in un luogo e il contemporaneo sentirsi in un altro, l’utopia che Armando prova a trasmettere con il suo teatro”. Così Pannone, che documenta l’allestimento estivo dello spettacolo nel carcere della Fortezza Medicea di Volterra, mentre 16 compagnie teatrali operanti in vari istituti di pena italiani si ritrovano come ogni anno per il progetto ‘Per Aspera ad Astra’, che permette ad allievi giovani e meno giovani di conoscere il lavoro di Punzo da dentro. Lavoro che, di fronte ai 67 suicidi verificatisi solo nei primi mesi del 2024, dimostra che “a Volterra un altro carcere è possibile”, dice il regista.
Gianfranco Pannone, per una volta non ci vengono raccontate le storie dei reclusi, quelle le possiamo immaginare dai volti…
L’assunto era proprio quello di fare un film sul teatro in carcere e non sul carcere. È stato un mio desiderio quello di non chiedere il passato ai detenuti, che sono innanzitutto persone che hanno, per sfortuna o errori fatti, la sventura di essere reclusi. Nemmeno ho chiesto loro il motivo per il quale si trovano lì. Ho saputo solo i loro nomi e che seguono con interesse il teatro di Armando, al quale anche io sono molto legato. So che stanno facendo questa esperienza da attori e siccome conosco persone che dopo il carcere hanno avuto successo, come Aniello Arena (candidato a un David di Donatello e vincitore di un Nastro d’Argento, sempre per ‘Reality’ di Matteo Garrone, ndr), ho capito che è possibile uscire dai propri tunnel.
Qualcuno nel film dice ‘scendo a Napoli per i colloqui di riavvicinamento, ma non vedo l’ora di tornare, il teatro è qualcosa che metto nel bagagliaio per il mio futuro’…
È un’immagine molto diretta ma autentica di Vincenzo, uno dei detenuti. Gli sfugge anche un “a volte solo per passare il tempo”, poi si corregge, ma anche lì è sincero perché spesso è così che si comincia a fare teatro, per sfuggire alla noia e alla pesantezza del carcere. Dice: “Io ad Armando lo guardo in bocca” (il labiale, per seguirne le battute, ndr), testimonianza di un legame molto forte con Punzo, che ha un rapporto anche amicale con i detenuti ma che resta punto di riferimento forte: il teatro ruota intorno a lui e alla sua idea di teatro, che non ha nulla di pedagogico.
Un po’ come la sua idea di film, Pannone, che lascia poco spazio alla fiction...
È una scelta. Per quel che riguarda il cinema documentario, si tratta della libertà di lavorare in una sorta di work in progress grazie al quale poter mettere e potermi mettere in discussione. Il teatro di Armando e il mio cinema sono diversi, però anche lui come me lavora molto sul work in progress, sul costruire lo spettacolo anche sulle suggestioni reciproche regista-attore-detenuto. Il cinema documentario, in particolare, riesce a essere autentico e addirittura scandaloso senza volerlo, perché la realtà ti arriva in faccia. In questo film abbiamo lavorato molto sui corpi dei protagonisti, lo stare loro addosso ci serviva a far dimenticare che stavamo in un carcere. La dimensione corale, inoltre, ha messo insieme detenuti, gente di teatro che lavora fuori dal carcere e partecipanti alla masterclass di Per Aspera ad Astra, con le sbarre che sono finite con l’essere messe da parte. Questo almeno era l’intento del film.
Quanto alto è il rischio di coinvolgimento nel raccontare una realtà di questo tipo?
Un po’ come ogni buon giornalista, credo che un regista debba mantenere la giusta distanza. È una lezione che ho imparato facendo cinema documentario da più di 35 anni. Fai un film ‘con’ e non un film ‘su’, stai dentro una situazione e allo stesso tempo ti assicuri il distacco che preserva dal facile coinvolgimento, che può portare sia a un giudizio sbagliato sulla persona, perché emotivo, o a un’adesione eccessiva, col rischio di esaltare persone che io voglio rimangano tali. Secondo la logica di alcuni, in una vicenda come questa esiste il detenuto che deve pagare la pena e scontarla a pane e acqua, ma c’è anche l’eroizzazione del carcerato, che è una sorta di razzismo al contrario. La mia è una distanza anche affettuosa, cerco di non essere freddo ma allo stesso tempo abbastanza lucido da poter restituire parte dell’essenza di quelle persone e del luogo in cui vivono.
Non sapendo che dentro c’è un carcere, la Fortezza Medicea di Volterra da fuori pare un posto da mostre d’arte…
Per anni la Fortezza è stato uno dei peggiori carceri d’Italia, come racconta Armando. Lì ho visto la bellezza nella bruttezza, nel senso che è un carcere e non puoi nasconderlo, però dentro c’è un’utopia possibile, il teatro, che diventa atto politico fuori dalle ideologie e dalle appartenenze, perché concede a chi sconta la pena la possibilità di vedersi in un’altra dimensione e magari di uscirne, anche se Armando rifiuta qualsiasi prestazione salvifica.
‘Non sono venuto nel carcere per il carcere - dice Punzo nel film - non dovevo salvare qualcuno se non me stesso e un mondo che pare non piacermi. Sono testimone di un’esperienza che può scalfire la realtà’…
È esattamente quello che è successo, è anche un modo per responsabilizzare la persona. Armando è un guru del teatro, ma allo stesso tempo nel non pretendere di salvare, affida la responsabilità di qualsiasi scelta interna alla propria condizione, a partire dal carcere, alla responsabilità individuale. Tanto meno io ho mai pensato di fare un film salvifico, pietistico o sociologico. Ho voluto seguire questa linea di Armando condividendola in una chiave di affabulazione cinematografica.
Dalle parole delle associazioni che portano il teatro dietro le sbarre emerge soprattutto l’avvicinamento tra carcere e città. Cosa emerge, nel suo caso, dal tempo trascorso nella Fortezza?
Da questo film sono uscito con l’idea di essere un uomo fortunato, che non è poco. Chiunque può ritrovarsi su una via difficile, perché a volte a fare la differenza non sono solo le scelte personali ma anche quelle prese da altri, a cominciare dalla dimensione sociale o di classe. Detto ciò, l’esperienza mi ha molto arricchito. Ogni tanto torno a teatro, che è la mia origine, e vedere la forza con cui Armando rimette in gioco il carcere è qualcosa che mi ha affascinato.











