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di Giovanni Negri

Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2022

“Senza sbarre, storia di un carcere aperto”, di Cosima Buccoliero e Serena Uccello. È un libro bello e importante quello scritto da Cosima Buccoliero, già direttrice del carcere di Bollate, insieme a Serena Uccello, giornalista del Sole 24 Ore attenta cronista del lato oscuro dell’economia e delle storie di chi si spende in forme di resistenza.

Bello e importante perché testimonia di un altro modo di vivere, prima che di pensare, l’istituzione totale per eccellenza, il carcere. A suo modo anche un libro necessario nelle settimane in cui è riconosciuto il reato di tortura per i fatti verificatisi a Santa Maria Capua Vetere, per le violenze inflitte ai detenuti da chi rappresentava lo Stato.

E tuttavia un altro carcere è possibile. A rappresentarlo è anche una figura come quella di Buccoliero che, all’esperienza nell’amministrazione penitenziaria al ministero della Giustizia ha affiancato e privilegiato quella “sul campo”, in ruoli direttivi negli istituti di pena, da Cagliari a Milano. E allora il racconto ha il taglio anche esistenziale di chi vive, per scelta o perché vi si trova ristretto, in un corpo unico e diverso. Già, perché alla fine il carcere è sia un mondo a parte, con regole e ritmi propri, ma anche un linguaggio differente e poi odori, spazi, rumori unici, sia un mosaico umano che si intriga in dinamiche e relazioni e a volte si contraddice (i detenuti certo, ma anche le guardie carcerarie, gli operatori, i volontari).

Bollate e la narrazione di quello che lì è tuttora in atto diventano esemplari, con la dichiarata volontà di dimostrare che non si tratta di qualcosa di unico e mai riproducibile. Ma perché sia esperienza diffusa serve un ingrediente che Buccoliero richiama, consapevole del suo paradosso, l’entusiasmo; l’entusiasmo di chi vive sotto la spinta di due energie quella “di noi carcerieri che vogliamo dimostrare che è tempo di archiviare questa parola e l’energia dei carcerati, che vogliono dimostrare di essere qualcosa”.

Di questa duplice energia, dei suoi obiettivi di (ri)costruzione di condizioni vivibili in un contesto di grande fragilità, il libro attesta successi e sconfitte con dovizia di esempi (la cella singola per gli ergastolani, “perché così stanno meglio”), senza edulcorare, nella consapevolezza che il carcere è un luogo violento perché la coercizione crea violenza, che c’è e resta, si ammette, anche nel migliore dei contesti.

Ma Buccoliero, nella difficoltà a far coesistere la dimensione di chi è giudicata sulla sicurezza ma vorrebbe piuttosto esserlo anche sulla rieducazione, mette sul tavolo anche i nodi irrisolti del nostro ordinamento penitenziario, grande assente (per ora?) nella stagione delle riforme. Due per tutti: l’impossibilità di trattamenti personalizzati - non c’è oggi distinzione tra chi sconta piccole condanne e chi è detenuto per molti anni, - e il ruolo ibrido (poliziotti o educatori?) attribuito alla polizia penitenziaria.