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di Gian Carlo Caselli


Corriere di Torino, 12 luglio 2021

 

Nel 2020 fatti orrendi in danno di detenuti si sono purtroppo verificati in molte carceri e non solo a Santa Maria Capua Vetere. Anche nella nostra città, nel luglio 2020, si sono registrati maltrattamenti e pestaggi sistematici di reclusi di cui le cronache hanno ampiamente riferito. Sacrosantamente giusto indignarsi, trattandosi di fatti - oltre che illegali - gravemente intrisi di inciviltà disumana. Che però non possono far dimenticare la fatica di tutti quegli operatori penitenziari che - in situazioni spesso di estrema difficoltà -rispettano le regole e i diritti delle persone ristrette.

Quanto al carcere di Torino, inoltre, non si può dimenticare la lunga tradizione di attività trattamentali, anche innovative, che lo hanno contraddistinto a partire dagli anni Ottanta, favorite dalla creazione di corsi di formazione per il personale penitenziario. L'elenco di queste attività è lunghissimo, e comprende: una delle prime "aree omogenee" per instaurare un dialogo costruttivo con i terroristi dissociati; i primi approcci comunitari con i malati di aids; i corsi per ebanisti; lo sviluppo del polo universitario e la comunità Arcobaleno per tossicodipendenti.

Nel complesso, una sorta di "staffetta di umanità penitenziaria" (pur a fronte di crisi enormi date dal sovraffollamento) che ha portato, col tempo, a risultati imponenti. Fra tutti, la possibilità, per i detenuti, di studiare e diplomarsi o di lavorare nelle cooperative (grazie anche alle imprese e agli enti locali che hanno investito in loro, offrendo occasioni di lavoro retribuito). La cartina di tornasole del nuovo clima che si è instaurato nell'istituto è il crollo del numero dei suicidi, addirittura azzerato per anni.

Per rimediare al "vuoto" del tempo carcerario si è creata nel carcere di Torino una "scuola di accoglienza" destinata ai reparti più difficili, con operatori che oltre a insegnare cercano di ridare alle persone un po' di dignità. Si è aperta la sezione Sestante, pensata per il trattamento del disagio psichico non collegato al reato commesso e gestita da personale specializzato dell'asl, in anticipo sulla riforma - la cui attuazione avrà inizio molti anni dopo - della tutela della salute in carcere. E ancora, vi sono state esperienze "ludiche" ma non meno importanti per rendere più vivibile quel mondo rinchiuso: il "torneo della speranza" (28 squadre di calcio tra detenuti, agenti e studenti esterni, che per anni hanno coinvolto migliaia di persone); il teatro sociale, che ha avvicinato la città a quella sua parte separata, isolandola un po' di meno; e poi la "Drola" (in dialetto piemontese la "stramba"), squadra di rugby nata dietro le sbarre grazie ad da un inossidabile operatore, sempre pronto a fare del bene con una palla ovale. Merito del direttore di allora (Pietro Buffa), certo. Sta di fatto che il carcere di Torino è stato la dimostrazione concreta che "un altro carcere è possibile" e che la pena detentiva può essere davvero una pena utile.

All'obiezione che una rondine non fa primavera e che a fronte di alcune esperienze riuscite manca un reinserimento diffuso, solido e duraturo, rispondiamo che lo Stato ha l'obbligo costituzionale di provarci e che perseverare non è un'opzione ma un dovere. Oltretutto, ci conviene! Perché le formule "Marciscano in galera; se la sono voluta" corrispondono ad un modo di pensare diffuso che però fa a pugni con l'obiettivo di sicurezza che sta giustamente a cuore della collettività.

Infatti, se la pena tracima nella persecuzione vendicativa, funziona come una scuola di violenza che inevitabilmente genera altra violenza e nuovi errori. Un corto circuito che crea sempre maggiore insicurezza; l'esatto opposto di ciò che chiedono i cittadini. Perché ogni detenuto recuperato è un recidivo in meno e quindi un motivo in meno di preoccupazione per la collettività. In sostanza, chi pratica maltrattamenti in carcere, fa del male non solo alle persone recluse direttamente colpite, ma anche a tutti noi, perché offende gravemente il bene comune della sicurezza sociale. Per questo la sua condotta è doppiamente intollerabile.