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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 10 marzo 2021

 

La psicosi del Covid e gli errori di comunicazione del ministero alla base della tragedia. Rivolte in decine carceri con 13 detenuti morti, 40 agenti feriti e presunti pestaggi come rappresaglia verso i rivoltosi. Sembra ieri, ma è passato un anno dagli eventi avvenuti tra il 7 e l'11 marzo del 2020. Fatti senza precedenti nella storia repubblicana che l'allora ministro della giustizia Bonafede aveva tentato, almeno inizialmente, di minimizzare.

Nelle rivolte che a partire dal 1969 interessano molti istituti penitenziari, i detenuti portano avanti un movimento inedito che assume connotati politici. Il carcere viene individuato come luogo dove le contraddizioni sociali mostrano la loro faccia più spietata: dentro ci sono i marginali, l'esercito di riserva, i non attivi o attivi occasionalmente nel processo produttivo. L'essenza classista del carcere viene messa a nudo, la critica è al ruolo neutrale della giustizia. La mobilitazione operaia e studentesca porta dentro i primi "politici", che, forti di una base teorica e dell'esperienza di lotta nelle piazze e nelle fabbriche, favoriscono la formazione ideologica dei "comuni" che iniziano ad acquisire coscienza rivoluzionaria.

A volte i militanti entrano solo per qualche giorno, ma basta poco per rendersi conto dell'assurdità di quel mondo, delle atrocità che vi si perpetuano. La portata rivoluzionaria di quello che sta avvenendo in quell'inedita mobilitazione viene ben compresa dall'alto. Infatti il dibattito parlamentare in tempi relativamente brevi porta all'approvazione della riforma che giace in cantiere da anni: il Codice Rocco, codice fascista, è riformato con la Legge Reale nel 1975 e successivamente con la Gozzini del 1986.

Le rivolte dell'anno scorso, invece, non hanno alcun contenuto ideologico, ma sono scaturite da un malessere che covava da tempo. La pandemia ha accelerato il processo di sofferenza. Sezioni devastate dagli incendi, evasioni di massa, decessi di detenuti, familiari e solidali fuori dalle mura delle carceri che bloccavano il traffico. Tutto è partito dalla notizia ufficiale dello stop dei colloqui con i familiari per far fronte all'emergenza coronavirus, ma anche dalla paura di un contagio di massa tra detenuti vi- sto la fragilità del sistema sanitario dei penitenziari e del grave sovraffollamento. Qualcosa non ha funzionato nella comunicazione per la gestione dell'epidemia in carcere.

Prima il temporeggiare, poi la comunicazione ambigua e infine la contraddizione dei decreti dove prima si intravvedeva una apertura per le misure alternative come la detenzione domiciliare e poi la sua chiusura. Se la psicosi attraversa la società libera, all'interno delle carceri tutto si è amplificato a dismisura. Nessuna "regia occulta" dietro le rivolte, ma solo un sistema penitenziario sempre più fragile. Non a caso le rivolte si sono trasformate anche in un assalto alle infermerie e quindi ai medicinali e al metadone.