di Luigi Manconi
La Repubblica, 24 dicembre 2024
Rivolgendosi alla classe politica Papa Francesco chiede che “si assumano iniziative di speranza, forme di amnistia o di condono delle pene”. Così l’indulgenza religiosa incontra la norma giuridica, laica e civile che ritroviamo nella nostra Costituzione. Chi ascolterà e farà sue queste parole? Il Giubileo è il luogo e il tempo dove si incontrano - sin dalla Bolla pontificia che lo indice - due parole preziose e ormai rare: indulgenza e clemenza. In particolare, c’è oggi una parola al mondo più maltrattata e mortificata, irrisa e umiliata di “clemenza”?
Nelle relazioni interpersonali, e in quelle tra gli Stati, tra i gruppi sociali e tra le etnie, tra maggioranze e minoranze, sembrano prevalere altre categorie semantiche e concettuali: innanzitutto la sopraffazione come modalità di rapporto e stile di approccio. Non è solo il trionfo della violenza come tecnica di regolazione delle controversie, è qualcosa di più profondo: è l’imposizione che non conosce limiti, il dispotismo senza deroghe, la prepotenza che non concede scampo, la sanzione senza attenuanti.
La clemenza è l’esatto contrario di tutto ciò. Non coincide con il perdono, che presuppone un atteggiamento spirituale di rinuncia alla rivalsa e alla vendetta e che richiede un vero processo di catarsi. Qui siamo, piuttosto, nel campo delle scelte umane e della loro traduzione in atto solidale; qui l’indulgenza rimanda alla riconciliazione e alla ricomposizione della frattura inferta al corpo sociale. Il senso più profondo del Giubileo della Chiesa cattolica risiede in questo: nella volontà di tenere insieme la conversione, il mutamento dell’anima, la metanoia e i provvedimenti orientati alla riappacificazione tra diversi e ostili.
Non a caso, gli ultimi due giubilei hanno avuto un importante segno ecumenico nella tensione a conciliare e a unire tutte le chiese e tutti i credo cristiani. Ma questa prospettiva è tanto più possibile quanto più si garantisca una condizione preliminare: la remissione dei peccati, a partire dal riconoscimento dei propri peccati. Dunque, il Giubileo non è una procedura generalizzata di assoluzione.
È, invece, un percorso faticoso e doloroso di ammissione di colpa come premessa di riconciliazione tra chi offende e chi è offeso, tra chi infligge il male e chi lo subisce, tra il colpevole e la vittima. Nella consapevolezza che quei ruoli non sono fissati una volta per tutte, ma tendono a invertirsi, a dislocarsi diversamente, a trascorrere da uno stato all’altro. A reggere tutto ciò c’è una categoria ineludibile, quella di reciprocità. In altri termini: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (dal Padre nostro).
È proprio la reciprocità a costituire il primo fondamento di ogni legame umano e di ogni rapporto sociale. Così che quella clemenza di cui si diceva non è la concessione del Generoso nei confronti del Bisognoso, bensì l’idea, profondamente umanistica, che “siamo tutti peccatori” e che la clemenza che oggi esercito verso altri potrà essere esercitata in futuro da altri verso di me. Di conseguenza, termini come indulgenza e remissione sono davvero le parole chiave di un Giubileo autenticamente vissuto, al di là delle dimensioni di un evento che minaccia di essere abnorme, consumistico e mondano. È inevitabile che, almeno in parte, sia così: il Giubileo vive dentro le moltitudini, le loro derive economicistiche e i loro trionfi pubblicitari, tra la capillarizzazione bed & breakfast e la produzione seriale di icone di plastica.
La fede popolare non si trova negli esercizi spirituali delle università vaticane e nei collegi degli ordini religiosi; e dunque la critica della speculazione commerciale-religiosa è tanto obbligata quanto ovvia. Qui preme assai più evidenziare come all’interno della Bolla di indizione del Giubileo spes non confundit, Papa Francesco si rivolge a tutti coloro che sono “privi della libertà e che sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto”.
E aggiunge: “Per offrire ai detenuti un segno concreto di vicinanza, io stesso desidero aprire una Porta santa in un carcere, perché sia per loro un simbolo che invita a guardare all’avvenire con speranza e con rinnovato impegno di vita”. Infine, rivolgendosi alla classe politica e di governo, il pontefice chiede “che si assumano iniziative di speranza, forme di amnistia o di condono delle pene”. Ecco che l’indulgenza religiosa si fa provvedimento giuridico e norma civile.
E quella parola incontra quell’altra, clemenza, dalla robusta radice costituzionale (art. 79 della nostra Carta), fino a coincidere con essa e a darle energia e slancio. Chi farà sue queste parole? Persino all’interno della chiesa cattolica italiana sembrano prevalere prudenza e tatticismo. Il presidente della Pontificia accademia per la vita, Monsignor Vincenzo Paglia, si è unito a quanti - di fronte alle tragiche condizioni di vita all’interno del sistema penitenziario italiano - sollecitano un provvedimento di amnistia e indulto, ma presuli e movimenti religiosi si mostrano reticenti.
Eppure, quello di Papa Francesco appare come un messaggio allo stesso tempo popolare e profetico, che può dare concretezza all’appello alla conversione che accompagnerà l’anno giubilare. La “remissione dei peccati” vale per tutti, e il peccatore, eventualmente riconosciuto come tale anche da una sentenza della magistratura, non assolve i suoi accusatori e i suoi giudici dai loro stessi peccati.
Certo, le misure e i pesi sono diversi e incomparabili e non tutti i peccati sono capitali, ma d’altra parte è il Salmo 9,13 ad ammonire che “l’egoismo, come tutto ciò che impedisce la carità, è scandaloso perché schiaccia i piccoli, umiliando la dignità delle persone e soffocando il grido dei poveri”. Il Giubileo può rappresentare l’occasione giusta per ricordare che una delle sette opere di misericordia corporale raccomanda di “visitare i carcerati”, ma anche per dare risalto a quanto si legge nel Vangelo di Luca: “Mi ha inviato per annunciare la liberazione dei prigionieri”.









