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di Gabriella Cantafio

Venerdì di Repubblica, 11 luglio 2025

Il carcere di Mamone in Sardegna da un anno sperimenta le visite virtuali. Funziona? Sembra proprio di sì. A Mamone, frazione del piccolo paese di Onanì, nell’entroterra sardo, dove si vive di pastorizia e antiche tradizioni, un progetto innovativo ha varcato i cancelli di un istituto penitenziario. “Siamo tra le poche colonie penali ancora attive. Senza mura di cinta, circa 140 detenuti con pene di massimo sei anni coltivano la terra e allevano bestiame”, dice il direttore Vincenzo Lamonaca. Qui circa un anno fa è stato avviato il Progetto Metaverso. I detenuti una volta la settimana usufruiscono di visite psichiatriche e psicologiche da remoto.

“Abbiamo ricreato uno studio in cui medico e detenuto possono interagire con avatar, indossando visori e imbracciando joystick per muoversi e parlare”, spiega Andrea Bandera, amministratore delegato e co-fondatore della società Statel che ha ideato l’ecosistema immersivo VR Clinic. “Utilizzavamo già la telemedicina, ma volevamo garantire visite psichiatriche e psicologiche, le più richieste, nelle carceri più isolate”, racconta Paolo Cannas, direttore generale dell’Asl di Nuoro. A fornire la soluzione è stato Alessandro Spano, docente di economia aziendale presso l’Università di Cagliari: mediante lo spin-off accademico Chain Factory, ha intercettato e coinvolto la startup Statel.

“Ogni visita avviene in una sessione privata, con protocolli rigidi: non deve essere registrata né intercettata, è blindata grazie a sistemi di cybersecurity”, precisa Bandera. “L’ospedale più vicino è a Nuoro e dista circa un’ora e mezza da Mamone. Trasportare i detenuti per una visita richiede l’impiego di guardie carcerarie e almeno due auto, indebolendo la vigilanza interna già carente. I medici impiegherebbero complessivamente tre ore di viaggio per recarsi qui, mentre in quello stesso tempo riescono a fare circa tre visite a realtà virtuale. Razionalizziamo tempi e risorse”. Nel frattempo, come evidenzia Giuseppe Falchi, lo psichiatra pioniere del progetto, “anche i detenuti, inizialmente refrattari al collegamento inteso come un esperimento scientifico in cui si sentivano cavie, hanno imparato a conoscere i benefici di questi strumenti tecnologici”.