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di Filippo Giordano* e Luigi Pagano**


Corriere della Sera, 20 luglio 2021

 

Caro direttore, abbiamo letto l'articolo di Gabanelli e Piccolillo del 12 luglio scorso titolato "Con le celle aperte aumentano le violenze". Riteniamo importante che dopo i fatti drammatici di Santa Maria Capua Vetere si ritorni a parlare dei problemi del carcere, ma è necessario che il dibattito si sviluppi in termini globali partendo da una base di conoscenza delle norme e riconoscendo la complessità del sistema.

Attribuire la genesi delle violenze in carcere all'apertura delle celle riteniamo sia operazione alquanto opinabile in quanto non è dimostrato il nesso causale che legherebbe i due fenomeni né si tiene conto di altri fattori che incidono sul verificarsi degli eventi quali lo stato delle strutture, il sovraffollamento, la mancanza di attività rieducative, la presenza in carcere di persone tossicodipendenti o con disturbi psichici.

La soluzione non è ridurre gli spazi di libertà e non solo perché la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (articolo 27 della Costituzione), ma perché l'esperienza e la ricerca ci dicono che il rispetto dei diritti e della dignità delle persone oltre che ridurre le tensioni e le violenze, motiva il personale e incide sulla recidiva.

Giustamente nell'articolo si ricorda che nel 2011 una circolare del Dap iniziò a concedere ai detenuti comuni più ore al di fuori della cella; una scelta di civiltà e legalità in quanto dal 1993 ad allora nulla era stato fatto per migliorare le loro condizioni di vita divenute drammatiche a causa del sovraffollamento è non a caso nel 2010 fu dichiarato dal governo lo stato d'emergenza nazionale delle carceri.

Da quella circolare in poi si sono sviluppati gli altri interventi citati nell'articolo. È necessario ricordare che questa azione era appena iniziata quando la Cedu nel 2013 con la sentenza "Torreggiani" condannò l'Italia, la seconda volta in pochi anni, per le condizioni delle sue carceri definite strutturalmente inumane e degradanti e lo stesso presidente della Repubblica Napolitano sollecitò il varo di misure incisive con un messaggio indirizzato alle Camere in cui parlò di "mortificante conferma della perdurante incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena".

Fatte queste premesse non vogliamo a nostra volta cadere nella semplificazione. Certo che ci sono situazioni critiche, certo che in molti istituti i detenuti stazionano nei corridoi senza aver altro da fare, ma questo dovrebbe suggerire investimenti in programmi di riabilitazione e in strutture che ne favoriscano lo svolgimento. Nell'articolo si fa riferimento ai casi di Bollate e Padova come eccezioni all'interno di un sistema che si muove con regole diverse, laddove, invece, quelle esperienze dicono che un carcere diverso è possibile, un carcere che non degradi le persone, ne accresca il senso di responsabilità e miri a ridurre la recidiva. E questo è un risultato che un'accorta politica penitenziaria può estendere al sistema.

 

* Professore Università Lumsa

** Vice-Capo Dap 2012-2015

 

Risponde Milena Gabanelli

 

Gentile Pagano, in qualità di vice-capo del Dap non le sarà sfuggito il mio personale e ormai decennale impegno nel sollecitare le istituzioni ad occuparsi della dignità dei carcerati, anche mostrando concretamente cosa si sta facendo nelle altre carceri europee e i conseguenti risultati in termini di abbattimento di recidiva.

La questione "celle aperte uguale ad incremento di violenza" è da parte vostra una lettura maliziosa: nell'articolo si specifica che potrebbe essere attribuita ad una eliminazione della sorveglianza negli spazi comuni (è specificato nella circolare del 2015).

Una considerazione legittima confrontando i dati registrati dal Dap dal 24914 in poi, in merito al rilevante aumento di aggressioni e intimidazioni. L'impennata di tentati suicidi e atti di autolesionismo degli ultimi sei anni non ha precedenti. Atti che peraltro avvengono all'interno delle camere di pernottamento. Il Dataroom diceva chiaramente che è "civile" aprire le celle, ma non ci si può fermare lì, come invece è stato fatto.

Con il "piano carceri" gli investimenti ci sono stati eccome. Cemento, non moduli. Ne hanno beneficiato i costruttori, non certamente i detenuti. Ci sono carceri con più personale che detenuti e dove c'era sovraffollamento, c'è ancora. Non abbiamo mai scritto che l'esperienza di Bollate e Padova non è replicabile, bensì che non basta sbandierare continuamente gli esempi straordinari senza fare nulla per replicarli. Come si può parlare di dignità se si continuano a tenere nelle stesse celle e negli stessi spazi i condannati in via definitiva, i detenuti psichiatrici, con quelli in attesa di giudizio? Il fatto che il numero dei detenuti negli ultimi dieci anni sia calato di 17.000 unità, mentre il tasso di recidiva continua ad essere del 70% (la più alta d'Europa), parla da solo.