di Marcello Sorgi
La Stampa, 8 febbraio 2025
Il capo del servizio segreto interno (Dis), Valensise, che denuncia il procuratore capo di Roma, Lo Voi, per diffusione di documenti riservati, ancora non s’era visto in Italia. E d’altra parte, che altro poteva fare il prefetto dopo che il suo diretto superiore, il sottosegretario Mantovano, che proprio dei servizi di sicurezza ha la responsabilità, il giorno prima aveva depositato la stessa accusa al Copasir, il comitato parlamentare di controllo. Colpisce innanzitutto che due organi vincolati al segreto (il sottosegretario e il responsabile del Dis) rimproverino a un terzo di averlo violato, quando invece si sono premurati subito di far conoscere le loro iniziative, che avrebbero dovuto restare riservate.
Ci sono almeno tre fronti aperti sul terreno assai scivoloso dei servizi. Uno è quello tra Meloni e Lo Voi, a cui la premier vuol far pagare l’incriminazione per favoreggiamento e peculato relativa alla scarcerazione e al riaccompagnamento a casa con aereo di Stato del generale libico Almasri. Comunicazioni giudiziarie firmate dal procuratore e inviate alla premier, ai due ministri Nordio (Giustizia) e Piantedosi (Interni), e al sottosegretario Mantovano, che ha subito reagito per conto di tutti e quattro. La denuncia di Valensise contro Lo Voi, formalmente connessa a un’altra storia (l’indagine sul capo di gabinetto di Meloni, Caputi), ne è in realtà una diretta conseguenza.
Il secondo fronte riguarda ancora Almasri e i rapporti con la Corte penale internazionale che ne aveva ordinato l’arresto per crimini contro l’umanità (le torture inflitte agli immigrati trattenuti in Libia). Dopo la dura presa di posizione di Trump contro la Corte, c’è stata una sollevazione di tutti i Paesi che si riconoscono nella Cpi, tranne l’Italia, che anzi con il ministro degli Esteri Tajani, ha riecheggiato, e in un certo senso anticipato, i toni del presidente Usa. Poi è toccato alla presidente della Commissione Von der Leyen intervenire in difesa della Corte dell’Aja. Meloni resta in silenzio, ma certo le dichiarazioni di VdL non le facilitano il tentativo di mettere al più presto sotto silenzio il caso del torturatore libico. Specie dopo la performance dei ministri Nordio e Piantedosi in Parlamento, che ha acceso ancor di più lo scontro con le opposizioni. Inoltre la premier deve cercare di salvaguardare il suo rapporto con Bruxelles, specie mentre Salvini si reca a Madrid per partecipare all’incontro delle destre estreme europee.
Quanto poi al terzo fronte, la segretaria del Pd Schlein insiste perché Meloni venga a riferire alle Camere sull’uso in Italia del raffinato sistema di intercettazioni americano Paragon contro soggetti come il direttore Cancellato di Fanpage (il sito dell’inchiesta sui giovani di Fratelli d’Italia) e l’attivista delle Ong Casarini. Ieri si è appreso che da due, gli intercettati sono passati a sette. E Paragon avrebbe dovuto essere usato solo ed esclusivamente da “agenzie di sicurezza”. Quali sono queste agenzie? A chi fanno capo? E come fa il governo a smentire di avere qualche responsabilità anche in questa storia? Intanto Salvini dice (e poi in parte si rimangia) che tra i servizi è in corso “un regolamento di conti”.
Su quest’ultimo caso, che infiamma gli altri due, il governo vorrebbe adottare una strategia minimalista, in attesa di avere qualche delucidazione dalle prime indagini. Di nuovo Mantovano sarebbe pronto a riferire al Copasir, un’offerta che non è detto accontenti le opposizioni. Tra l’altro, come s’è visto, queste audizioni dovrebbero essere segrete e poi non lo sono affatto, ne circolano subito resoconti dettagliati, seppure approssimativi, che certo non contribuiscono a placare la guerra tra governo, servizi per conto del governo, e magistratura. Un conflitto mai verificatosi, in queste dimensioni e modalità, al cuore dello Stato. C’è solo da sperare che capiscano cosa stanno facendo e si fermino finché sono in tempo. Tra l’altro, ormai, di tempo, ne è rimasto poco.









