di Vitalba Azzollini
Il Domani, 23 ottobre 2026
Dopo le violenze di Milano e di altre città, il governo ha introdotto nuove misure di sicurezza. Prima di approvarle, sarebbe stato il caso di verificare quali risultati avessero prodotto le disposizioni già in vigore e se fossero davvero necessarie ulteriori norme penali, che si affastellano su quelle precedenti. Un decreto Sicurezza dopo l’altro, nuove disposizioni penali, sanzioni più severe: il governo Meloni ha fatto del rafforzamento degli strumenti repressivi uno dei cardini della propria politica di “legge e ordine”. In questi anni, tra l’altro, ha aggravato le pene per i danneggiamenti commessi durante le proteste, ampliato i casi di arresto in flagranza differita e, per prevenire le violenze nelle manifestazioni pubbliche, introdotto anche il fermo preventivo, che consente di trattenere negli uffici di polizia persone la cui condotta potrebbe mettere concretamente in pericolo il pacifico svolgimento dell’evento.
Eppure, nonostante la mole di disposizioni già adottate, il Consiglio dei ministri ha approvato un ulteriore decreto legge a seguito dei gravi disordini di Milano e di altre città, operando l’ennesima “stretta”. Ancora una volta, l’esecutivo insegue i fatti di cronaca con un provvedimento d’urgenza. Ma qualunque nuova iniziativa legislativa dovrebbe essere preceduta da una domanda: che cosa hanno prodotto tutte le norme varate finora?
Questa domanda nasce da un principio di buona legislazione: prima di introdurre nuove regole bisogna valutarne i possibili effetti; dopo averle introdotte, occorre verificare se abbiano raggiunto gli obiettivi dichiarati. I risultati di queste verifiche devono poi orientare le scelte successive. Altrimenti si rischia di continuare ad adottare provvedimenti senza sapere se servano davvero. Il decreto Sicurezza fa litigare gli avvocati Le verifiche di Piantedosi Dopo gli scontri di Milano, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha replicato alle critiche sostenendo che l’adeguatezza dei dispositivi di sicurezza viene verificata a posteriori, anche per prepararsi meglio alle sfide future.
Il principio è condivisibile: le valutazioni successive dovrebbero orientare quelle preventive. Sarebbe dunque interessante sapere che cosa abbiano insegnato al Viminale le verifiche compiute dopo i precedenti episodi di violenza e come quegli insegnamenti siano stati utilizzati nell’organizzazione dei successivi dispositivi di sicurezza. E, considerato il ruolo dei social nella mobilitazione dei molti giovani coinvolti nei disordini dei giorni scorsi, sarebbe anche importante sapere se le autorità avessero intercettato qualche segnale in rete e, in caso contrario, perché non siano riuscite a farlo.
Sono questioni che richiedono risposte fondate sui dati, non post sui social. Nordio pensa a come ampliare le carceri minorili dopo il decreto Sicurezza Tra “strette” e norme già esistenti La presidente del Consiglio, commentando le violenze, ha chiesto alle opposizioni di condannarle senza ambiguità. Una richiesta sulla quale non dovrebbero esserci divergenze. Ma mentre condannare i violenti è dovere di tutti, prevenirne e contenerne le azioni è responsabilità istituzionale di chi è preposto alla sicurezza pubblica. È dunque sull’efficacia delle proprie scelte che il governo dovrebbe interrogarsi. Prima di procedere a nuovi interventi normativi, l’esecutivo avrebbe dovuto chiarire se le difficoltà emerse nel prevenire e contenere i disordini siano davvero dipese da lacune normative o piuttosto da un’applicazione inadeguata delle regole già in vigore, dalla scarsità delle risorse disponibili o da problemi nell’organizzazione dei servizi. Invece, affastella nuove disposizioni penali su quelle esistenti, con il rischio di creare sovrapposizioni. Basti pensare che alcune delle condotte richiamate da Meloni nel video in cui spiega l’ultimo decreto sono già previste dall’ordinamento.
Il lancio di oggetti pericolosi durante manifestazioni pubbliche è già sanzionato, come pure la devastazione e il saccheggio. Anche il travisamento, sempre durante le manifestazioni, costituisce già reato, oltre a essere un’aggravante per taluni illeciti penali. Quanto al “chi rompe paga”, formula usata per dire che i genitori risponderanno dei danni causati dai figli minori, questa responsabilità già esiste. Meloni ha anche parlato della norma che introduce una presunzione della capacità di intendere e di volere dei minori, salvo prova contraria, come se essi avessero piena consapevolezza delle proprie azioni e delle relative conseguenze.
Consapevolezza che però sembra valere solo in ambito penale, dato che i ragazzi non possono decidere autonomamente nemmeno se partecipare a corsi scolastici di educazione alla sessualità. L’impressione è che il governo privilegi l’impatto comunicativo delle nuove norme rispetto alla loro capacità effettiva di raggiungere gli obiettivi dichiarati. Insomma, più che una politica della sicurezza, continuiamo ad avere una scenografica politica degli annunci sulla sicurezza.









