di Davide Varì
Il Dubbio, 4 maggio 2024
Pubblichiamo di seguito un estratto del libro “Il lupo di Bibbiano”, di Luca Bauccio. Nell’atto di appello contro l’assoluzione di Foti dal reato di frode processuale, la pubblica accusa agita una diceria che già circolava su alcuni giornali che tanto si erano dedicati al lupo di Bibbiano. Si tratta di una vera e propria teoria complottista che è utile conoscere per capire come si possa essere arrivati fino al punto di scambiare un uomo per un lupo. Secondo questa teoria, Foti avrebbe avuto un preciso piano criminale: creare falsi abusi, rubare i figli alle famiglie, far condannare gli innocenti. Foti è un delinquente per tendenza, il suo è un delitto d’autore. Il crimine è tutt’uno con la sua persona, persino con i suoi matrimoni.
Lui, la sua cerchia, la sua ex moglie, la sua Onlus, i suoi collaboratori, sono sempre stati impegnati in questo piano malvagio. Ideologia no vax allo stato giudiziario. Scrive il pm nel suo atto di appello: “È circostanza nota quella per cui tale illecita metodologia abbia avuto un ruolo determinante in molte delle vicende giudiziarie in cui Foti è stato coinvolto in qualità di consulente tecnico (della Procura o del- la persona offesa) e di perito. Ogni vicenda giudiziaria che ha “incontrato” Foti nel suo iter, infatti, è risultata caratterizzata da indicibili abusi satanici seriali, occultati nella mente dei bambini ed emersi a seguito delle psicoterapie di Foti, della moglie e, prima di quest’ultima, della prima moglie di Foti”.
Il pm tratteggia un vero e proprio manifesto ideologico contro Claudio Foti e a supporto chiama le voci correnti, le “circostanze note”. Note a chi? Ai lettori, agli ascoltatori, ai follower. Sono i frutti avvelenati del processo mediatico applicato al ragionamento giudiziario: la gogna, la diffamazione, le fake news diventano il testo giuridico e investigativo dell’inquisito- re. Nel processo agli untori di Bibbiano la calunnia orchestrata dalla corte dei miracoli di giornali e influencer è diventata prova. Quello dell’accusa è un giudizio universale che culmina in una aberrazione sessista: le mogli di Foti. L’imputato agiva attraverso le mogli. Non c’è moglie di Foti che non abbia il marito a guidarla.
Il tema del sesso, dell’identità, del ruolo di genere ricorre in modo ossessivo e opprimente in questa vicenda. Più volte mi è sembrato che tutta la narrazione mediatico- giudiziaria avesse un rapporto alterato, qualcosa che non andava nella categorizzazione, nella lettura del mondo e delle persone, qualcosa che si inceppava nel tema del ruolo di genere, una non accettazione, una rimozione, una auto demonizzazione individuale e collettiva. Il 7 giugno 2023, all’indomani dell’assoluzione in appello di Foti, Selvaggia Lucarelli scriverà su X: “E quindi no, il caso Bibbiano non si è sgonfiato: Foti è stato assolto in secondo grado, ma il processo va avanti con un numero spaventoso di imputati e capi di imputazione. E tra quegli imputati c’è chi come Nadia Bolognini era sua moglie e psicologa del suo centro”. Mistica dell’ex.
Quando si ammette il delitto d’autore non serve dimostrare il delitto, basta che esista il delinquente. Se c’è l’autore, allora c’è anche il quadro. Se c’è il delinquente, c’è anche il delitto. Se c’è il male allora c’è il cospiratore, l’untore. Se c’è la moglie, c’è anche il marito. Come si è voluto provare il delitto di Bibbiano? Con i metodi che oggi vediamo applicare alle teorie complottiste. Agitando verità occulte, pratiche magiche, ritualità abnormi. Scandagliando la vita dell’untore con constatazioni tanto scandalizzate quanto insensate. Il normale diventa anormale, eccezionale.
uomo: quello che emerge è lo strazio della giustizia, che sposta il proprio palcoscenico nella pubblica piazza, lasciando decidere al pubblico, col televoto da casa, chi è colpevole e chi è innocente. Nella lapidazione ancora in corso dell’imputato prima e dell’assolto poi, Bauccio fotografa anche l’agonia di una giustizia mediaticizzata, che non si rassegna alla verità, ma ne inventa una a uso e consumo delle masse, che non si confronta con le prove, con i fatti, con gli atti, tirati in ballo a destra e manca ma solo come vuota espressione verbale. Una verità di cartapesta, ma resistente, da contrapporre al dubbio, mai invocato in questa vicenda. L’unica cosa che conta è il colpevole, che appare sulla scena sin da subito.
Un “tipico autore per convinzione”, come dice lo stesso gip (pagina 259 dell’ordinanza di custodia cautelare), un identikit che “si desume dalla saccente presunzione, priva di qualsiasi deviazione dal dubbio incrollabile di essere dalla parte della ragione, con la quale commenta durissimamente la inchiesta giornalistica nota con il titolo di Veleno; addirittura... fu organizzato una pubblica raccolta firme... sugli approcci negazionisti dell’inchiesta giornalistica”. Insomma, la sua colpa sarebbe quella di aver criticato un podcast. E di avere idee, forse non condivise da tutti, forse discutibili, da discutere, ma pur sempre semplici idee.
“Il “Lupo di Bibbiano” è la ricerca di una risposta alla domanda elementare che viene da farsi sempre quando un presunto innocente, lapidato per anni come colpevole, viene infine assolto: perché? - scrive Bauccio - Come è stato possibile? Cosa è accaduto realmente? Quali errori, quali intenzioni, quanta fede e quanta malafede hanno costruito l’ingiustizia? Perché è nata la leggenda di Bibbiano? Qual è il siero malefico che ha sovvertito ogni parametro di civiltà, che ha messo a tacere persone libere, che ha umiliato innocenti e ha negato la realtà?”. E la risposta sta nello spettacolo che mette piede nella giustizia, per cercare qualcosa di “bello” da raccontare.
Qualcosa che fa presa sul pubblico, perché può colpire tutti e colpisce tutti: il rischio di ritrovarsi, un giorno, i mostri in casa. La fabbrica dei mostri sta lì, a Bibbiano, epicentro del male assoluto, un buco nero che non distingue tra buoni e cattivi ed inghiotte tutti. Con la sua scrittura leggera, ma al tempo stesso pungente, Bauccio racconta dall’interno le storture della giustizia, che però ha anche gli anticorpi per autocorreggersi. Meccanismi che non appartengono, ancora, al versante mediatico, dove improvvisati investigatori e tuttologi straziano i corpi catturati dalle maglie dei processi, restituendoli al mondo con sembianze nuove. Per cosa? “Per l’ego famelico di un accusatore - risponde Bauccio - per l’odio di un professionista rivale, per il narcisismo di aspiranti divinità da social network, per l’intraprendenza di sbrigativi segugi e giustizieri”.










