di Giulio Isola
Avvenire, 29 novembre 2020
Campagna dei Radicali sui rischi del sovraffollamento. Ma anche polemiche per le possibili scarcerazioni. I "ristretti" dovrebbero essere distanziati. La contraddizione tra prigioni e contagi è palese fin nei termini, e non a caso alcuni militanti radicali stanno praticando da giorni lo sciopero della fame "per chiedere al governo e al Parlamento di prendere misure adeguate affinché il Covid- 19 non dilaghi ulteriormente nelle carceri".
Ieri alla causa (che per la verità Avvenire aveva lanciato per primo già durante il primo lockdown, come testimonia la pagina del 21 marzo riprodotta qui a fianco) hanno dato autorevole appoggio anche alcuni intellettuali, con articoli sui principali quotidiani della Penisola.
I contagi sono in continuo aumento non solo tra detenuti, ma ancor di più tra gli agenti penitenziari, e uno dei mezzi per disinnescare i focolai sarebbe appunto l'adozione di misure quali indulto o amnistia. Sempre ieri il Garante nazionale delle persone private della libertà ha comunicato i dati aggiornati: i detenuti positivi al coronavirus sono 882, distribuiti in 86 istituti (sul totale di 192 strutture penitenziarie).
Ha tenuto però a smorzare i toni: "Si tratta di un numero alto ma che va posto in relazione al fatto che soltanto 65 perone presentano sintomi e 27 tra costoro sono trattate in ospedale". La valutazione complessiva, recita ancora il Garante nel suo report, "è sostanzialmente non allarmante dal punto di vista strettamente medico, ma è invece da guardare con evidente preoccupazione dal punto di vista della gestione, sia per la necessità di spazi e quindi di una minore densità delle persone ristrette e dunque di un numero di persone detenute sensibilmente minore, sia per l'incidenza che il contagio ha sugli operatori penitenziari, il cui numero di positivi è attorno al migliaio, e che si deve misurare con un organico sempre al di sotto di quanto formalmente previsto".
Decisamente più preoccupato il Garante regionale della Campania, Samuele Ciambriello, per il quale quella del carcere luogo sicuro per non contagiati è solo una "falsa credenza"; al contrario "l'epidemia, causa sovraffollamento e promiscuità, malattie croniche e ambienti non igienizzati né sanificati, dilaga tra gli "invisibili". Quasi da nessuna parte dispenser nei corridoi o davanti alle celle, poche mascherine, non vengono distribuiti ai detenuti prodotti igienico-sanitari (tra i quali l'amuchina) per sanificare stanze, scale e ambienti. C'è bisogno di darsi una svegliata, dalla politica alla società civile.
Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria ha lasciato soli i suoi dirigenti e operatori. Occorrono subito provvedimenti del governo, delle procure e dei magistrati di sorveglianza. Occorre superare l'omertà del silenzio e andare oltre le mura dell'indifferenza. Il carcere non è una discarica sociale".
Ovviamente il tema ha notevoli risvolti politici e nell'opinione pubblica, riscaldata anche dalle polemiche che durante il primo lockdown hanno accompagnato tante affrettate scarcerazioni di detenuti pericolosi, addirittura boss mafiosi a regime di 41bis.
Così, se i radicali approfittano dell'oggettivo rischio sanitario per invocare un "indulto antiproibizionista" a favore dei detenuti tossicodipendenti (che da soli costituiscono un quarto della popolazione carceraria), lo stesso segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo sembra meno entusiasta di possibili scarcerazioni per motivi sanitari: "Al momento sarebbero oltre una decina i detenuti di alta sicurezza e 41bis che hanno inoltrato ai Tribunali di sorveglianza istanza di scarcerazione per incompatibilità tra il proprio stato di salute e il rischio di contrarre il Covid. Le domande verranno valutate entro le prossime settimane.
L'allarme che questo potesse accadere di nuovo l'avevamo lanciato in tempi non sospetti; ora siamo sicuri che molti delinquenti trascorreranno il Natale con le proprie famiglie".











