di Gennaro Avallone
Il Manifesto, 8 gennaio 2026
“Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, presto in libreria per Derive Approdi. Sono non meno di 35 mila i morti nel Mediterraneo che l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato dal 2014 al 2025. Nella medesima area geografica, a questi bisogna aggiungere i morti nel deserto e quelli nei campi di detenzione in Libia, oltre a quelli lungo i Balcani e a tutte le sofferenze patite nelle isole greche, in Turchia, in Tunisia, in Niger e in altri paesi di transito dalle persone che non possono lasciare quei territori a causa delle decisioni politiche dell’Unione Europea.
Di fronte a questa enorme tragedia, che si ripete giorno dopo giorno, e non solo lungo le frontiere del Mediterraneo, ma anche in altre parti del mondo, è necessario chiedersi perché esse continuano a ripetersi e cosa si deve fare per interrompere questa deriva mortale.
È questo il motivo per cui ho pensato a questo testo (“Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, Derive Approdi, prefazione di Jason W. Moore, in libreria dal 16/01, ndr): dopo avere partecipato alla ricerca e alla discussione accademica sulle migrazioni contemporanee negli ultimi quindici anni, sento sempre più difficile continuare questo tipo di lavoro senza interrogare le ragioni per cui le società e le istituzioni europee permettono che tanta sofferenza continui ad accumularsi, senza sosta, anzi, al contrario, con una diffusa ostilità verso le persone immigrate e, ancora di più, quelle potenziali richiedenti asilo.
Siamo di fronte a un fallimento generale della politica migratoria europea e degli Stati nazionali, che nessuna istituzione vuole ammettere. Così come siamo dentro un fallimento etico e culturale delle società europee, capaci di dare accoglienza a milioni di persone in fuga dall’Ucraina, ma prive della volontà di fare altrettanto con chi proviene da altre guerre (come dalla Siria e dal Sudan) o regimi autoritari (ad esempio, da Egitto e Tunisia) o altre situazioni molto difficili dal punto di vista economico ed ecologico (come Nigeria e paesi del corno d’Africa). Questo fallimento viene attestato dai numeri dei morti, ma anche dal fatto che, nel mondo, l’ampia maggioranza delle persone in cerca di protezione non vivono in Europa, ma nei paesi limitrofi e, in ogni caso, in territori con livelli di reddito pro capite mediamente molto più bassi di quelli europei. Eppure, la percezione e il discorso politico dicono altro: ci parlano di invasione, emergenza migranti, arrivi senza sosta e, quindi, necessità di blocco, stop, difesa dei confini nazionali. Dopo anni e anni che questo dispositivo è stato azionato (paura dell’invasione e relative risposte di contrasto), nulla è cambiato in meglio: i morti sono continuati, gli arrivi attraverso rotte pericolose non si sono interrotti, la propaganda sull’invasione e sul pericolo-immigrazione di ampie parti della politica e di una parte della stampa non si è fermata.
Di fronte a questo palese fallimento, la politica italiana ed europea delle migrazioni non cambia: continua a proporre politiche di blocco, attraverso gli accordi per il controllo delle frontiere con alcuni paesi africani e asiatici e ipotesi di sostegno allo sviluppo economico dei paesi di emigrazione, come se davvero le persone si fermassero nelle loro volontà di mobilità nella speranza di un po’ di crescita economica in un futuro indeterminato. Non funziona così. Le migrazioni non seguono queste logiche, per il fatto che esse sono fatte da molteplici logiche, da una pluralità di motivazioni e di decisioni non sempre, tra l’altro, tutte trasparenti e dicibili.
Le migrazioni sono sempre molto di più di questioni economiche, lavorative o familiari: sono fatti complessi, che interessano la vita delle persone e dei loro affetti e non semplicemente il loro destino economico. Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, le definiva un fatto sociale totale. Anche per questa considerazione, il presente testo fornisce pochissime cifre, solo alcune utili a inquadrare il fenomeno in esame: esso fa propria la proposta della rete “We are not numbers” (Wann) a sostegno degli scrittori e delle scrittrici palestinesi, per la quale “quando il mondo parla dei palestinesi che vivono sotto occupazione e nei campi per rifugiati solitamente lo fa in termini di politica e numeri, in particolare soffermandosi su quanti sono uccisi, feriti, sfollati, senza casa e/o dipendenti dagli aiuti. Ma i numeri sono impersonali e spesso insensibili”.
Mi rendo conto che - abituati ad anni di discorsi pubblici che hanno ridotto i processi migratori a una minaccia, a strumento utile o a un fatto umanitario verso cui mostrare pietà - è difficile pensare alla complessità dei processi migratori. Tuttavia, è con questo che il nostro mondo si confronta, con una potenza che anche la costruzione di processi di apartheid a livello regionale e globale non riesce a fermare: in un mondo in movimento - anche per via dei cambiamenti climatici e socioecologici - la mobilità spaziale delle persone è un fatto costitutivo. Certo, non tutti migrano (lo fa a livello internazionale meno del 3% della popolazione mondiale, in realtà), ma in tanti sono interni a questa prospettiva, come protagonisti diretti o indiretti (ad esempio, amici o familiari).
Di fronte a questa complessità e a questo scarto tra risultati attesi e disastri conseguiti (ad esempio, in termini di morti nel Mediterraneo), la politica migratoria realizzata e proposta in Italia ed Europa si presenta in tutta la sua povertà. Essa si basa su una riduzione della realtà e dell’umanità che non può affrontare il fenomeno in corso: alla ricchezza delle migrazioni risponde la miseria della politica migratoria. Se non cambia radicalmente - prima di tutto, con la concessione dei visti e dei documenti per evitare i viaggi mortali e il superamento dell’idea del richiedente asilo come minaccia e dell’immigrato come ladro di risorse pubbliche o merce da sfruttare - questa politica non potrà che continuare ad alimentare nuove morti e nuove sofferenze.









